La politica ha nei confronti dei temi ambientali atteggiamenti differenti: c’è chi sta puntando decisamente sull’esigenza di salvaguardare l’ambiente “costi quel che costi” e chi ha assunto atteggiamenti di prudenza o negazionisti. Ma la crescita dell’utilizzo della retorica ambientalista in Europa comunque dimostra che ai cittadini parlare di se e come salvare il mondo interessa. Ma interessa anche ai potenti come sostiene Gianni Bessi, consigliere ravennate del Partito democratico alla Regione Emilia-Romagna, che propone un approccio originale: l’ambientalismo sta assumendo il ruolo di nuovo mantra delle classi dirigenti, come Bessi ha trattato a “Sottosopra – Le parole del potere“, la scuola di geopolitica che dirige.

Sia che siano ambientalisti ferventi sia che, all’esatto opposto dello spettro, arrivino a negare la realtà della minaccia climatica, sostiene Bessi, molto spesso non si ricordano che non vi può essere sostenibilità ambientale senza sostenibilità economica e sociale.

La prima grande riflessione da fare sul problema ambientale, e che informazione e policy-maker sottostimano o ignorano, è che esso sia stato uno dei pochi settori in cui entrambe le grandi utopie della seconda metà del Novecento si sono rivelate incapaci di offrire soluzioni e hanno anzi contribuito a ingigantire i problemi pre-esistenti. Il socialismo reale ha prodotto un industrialismo irrigidito e un’economia eccessivamente schematica che hanno contribuito a creare alcuni dei disastri ambientali più irreversibili. Basti pensare al lago d’Aral, ma non solo: ho respirato due anni fa l’aria di Ostrava, ex centro industriale Cecoslovacco, e sembra la stessa, tossica di trenta anni fa.

Il capitalismo finanziarizzato lasciato privo della guida degli Stati ha prodotto la corsa allo sfruttamento dei beni ambientali, la deregulation nello sfruttamento di numerosi beni pubblici (come hanno spiegato David Harvey e Luciano Gallino) e le catene mondiali del valore del settore agroalimentare hanno aggravato l’impronta ecologica come non mai. Per non parlare del gigantesco problema del land grabbing o aprire questioni annose riguardanti gestione dei rifiuti, commercializzazione dei “permessi di inquinamento” e quant’altro. Serve un sano e concreto pragmatismo per approcciarsi ai temi ambientali. Ed è questo che abbiamo voluto fare con Gianni Bessi, chiedendo la sua opinione sul tema.

Conciliare ecologia e produzione

Col consigliere Bessi proviamo a ragionare su una questione importante: “Esiste un modo ragionevole ed efficace di impostare politiche per salvaguardare l’ambiente senza mettere in difficoltà l’economia?”. Bessi non ha dubbi in tal senso: “È possibile ed è quello che ci aspetta. La nostra sfida, in questo caso il termine è adeguato, sarà di fare coesistere il fattore umano e i saperi tecnici e tecnologici. Non può avere successo un modello di sviluppo univoco: per questo dobbiamo trovare la chiave per costruirne uno che sia culturale ma anche tecnico”. Culturale, da un lato, “perché è indispensabile che ognuno consideri l’ambiente come qualcosa che riceviamo in prestito dalle generazioni future”, un vero e proprio bene comune intergenerazionale.

Tecnico, dall’altro, “perché il benessere delle persone che dovranno vivere in questo ambiente deve essere garantito dalle attività produttive. La risposta è nell’economia circolare. E dobbiamo essere noi europei a accettare la sfida non solo di enunciare il problema ma di costruire un modello economico sostenibile ambientalmente ma anche economicamente e socialmente”.

L’ecologia, secondo Bessi, dovrebbe quindi appoggiarsi sulla tutela delle esigenze della produzione. Per una certa vulgata ambientalista, questo potrebbe apparire un paradosso. Ma sul tema Bessi è chiaro: “Un dato spiega bene qual è il punto. Nel prossimo decennio l’economia circolare varrà oltre 25 trilioni di dollari e ben 65 milioni di posti di lavoro. Questo significa benessere, significa futuro. Ogni Paese dovrà muoversi per aggiudicarsi la fetta più grande possibile di questa torta: questo dipenderà dalla quantità e dal tipo di investimenti che è disposto a fare. E non pensiamo che siano altre aree geopolitiche a trovare la soluzione ambientalista”.

Bessi nota in tal senso come negli Stati Uniti il sentiero tracciato sia ben diverso: “Facciamo solo un flash su Trump e sull’utilizzo della sua politica dei dazi rivolta sia a fini geopolitici sia per riequilibrare la bilancia commerciale e non solo. Il vero scopo del Potus è produrre un processo di reshoring industriale per far tornare l’America great again. Il restoring per capirci, è un fenomeno economico che consiste nel rientro a casa delle aziende che in precedenza avevano delocalizzato in Paesi asiatici come Cina o Vietnam. I dazi rispondono a obiettivi concreti di economia e di equilibrio sociale”.

Una strategia per l’Italia

In questo quadro, cosa dovrebbe fare l’Italia? “Occorre puntare sull’economia circolare. Partiamo dal fatto che nessuno può dirsi razionalmente contrario a un modello di sviluppo che, come l’ha definita la Ellen MacArthur Foundation è un’economia pensata per potersi rigenerare da sola e che produce il minimo indispensabile di rifiuti non riciclabili. Il punto è che la si realizza a patto di avere una politica nazionale che si declini in un piano industriale innovativo. Che è quello che adesso manca al nostro Paese”.

La partecipazione attiva e lo slancio ideale non mancano, se è vero che del tema ambientale in Europa e in Italia oggi giorno parlano “politici, banchieri, capitani d’industria” e che non c’è discorso dei massimi vertici dell’Unione europea o del nostro governo nazionale in cui “non si citino le formule del green new deal. In ogni caso dobbiamo attendere per vedere se l’idea di ambiente resterà uno slogan oppure servirà da spinta per investimenti tecnologici che consentano sia l’economia circolare che una transizione energetica dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. Una transizione che per funzionare non deve essere traumatica ma graduale. E l’impegno ambientale non deve neppure divenire pretesto per aumentare le imposte su prodotti e beni considerati dannosi, come sta accadendo in Italia per la plastica”.

Bessi tocca un tasto decisamente dolente. Come mai difende la plastica, gli chiediamo? “Non difendo la plastica ma l’esigenza che anche questo prodotto venga considerato all’interno dell’economia circolare”. Una scelta ragionevole e, soprattutto, pragmatica prima ancora che ideologica. “Soprattutto difendo il lavoro di migliaia di persone della filiera emiliano-romagnola. E difendo la filiera del riciclo”.

Bessi ha ripetuto più volte e ribadisce che “l’ambiente ha bisogno di scelte ragionevoli non di decisioni traumatiche. E di transizioni: se l’ecologismo si limita ad azioni di tassazione – come i 2 miliardi di euro in questa manovra economica – si farà apparire l’ecologia come una novella fustigatrice di peccati per i comuni mortali e alla fine scenderanno in piazza sia gli ambientalisti – insoddisfatti dall’uso del “green” come alibi senza risultati – sia i cittadini penalizzati da aumenti o introduzione di imposte che non comprendono e appaiono solo un sistema per prelevare risorse dalle loro tasche”. Del resto, è semplicistica l’idea di utilizzare i proventi delle tasse sulla plastica per politiche ambientali attive: l’ipotesi più concreta è che essi “finanzieranno solo la spesa corrente”. Una “politica mortale”, conclude Bessi. Che a questa mancanza di visione, come abbiamo visto, oppone idee e progetti ben più lucidi.

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