Il disastro di Chernobyl è oggigiorno ricordato come uno dei momenti in cui maggiormente il mondo ebbe modo di accorgersi del declino strutturale e sistemico del regime sovietico in via di dissoluzione. E soprattutto i fatti del 1986 sono ricordati per aver suscitato in tutta Europa un moto di critica verso l’utilizzo senza sicurezza del nucleare e a favore di un nuovo ambientalismo.

Ma c’è un’altra vicenda, altrettanto importante, che connette un disastro ambientale e umano al declino dell’Unione sovietica: quella del Lago d’Aral, il bacino dell’Asia Centrale che fu quasi completamente prosciugato dalle scelte gestionali disastrose prese dalla leadership sovietica in campo agricolo e di gestione idrica. L’Aral (che era chiamato in uzbeco Orol Dengizi, letteralmente “mare di isole”) era il quarto bacino interno più vasto al mondo e per la natura salata delle sue acque era chiamato spesso “mar d’Aral”. Le sue acque dividevano le repubbliche socialiste sovietiche e gli attuali Stati dell’Uzbekistan e del Kazakistan.

Come per Chernobyl, anche per l’Aral l’anno fatale fu il 1986, anno in cui vennero al pettine i nodi accumulatisi nel corso dei tre decenni precedenti, durante i quali le sue acque e quelli dei principali immissari, i fiumi Amu Darya e Syr Darya, furono sfruttate intensivamente per alimentare la monocoltura di cotone a cui la leadership centralista sovietica aveva indirizzato le repubbliche centroasiatiche. In quell’anno, l’Aral iniziò a ritirarsi inesorabilmente.

Lago antico, che assieme al Mar Caspio e al Mar Nero rappresentava ciò che resta dell’antica Paratetide, risalente a 5,5 milioni di anni fa, l’Aral era conosciuto per esser stato sfiorato e a volte affrontato dalle carovane che affrontavano l’antica Via della Seta tra Occidente e Oriente. L’epopea della colonizzazione russa dell’Asia Centrale e dell’Oriente portò con sé l’esplorazione massiccia delle sponde dell’Aral e la fondazione, a inizio Novecento, della cittadina di Aralsk, fondata nel 1905 come porto di pescatori. Mezzo secolo dopo, l’Unione Sovietica volle indirizzare ai progetti di potenziamento agricolo le acque del lago. Il Politburo di Mosca guidato da Nikita Krushev, desideroso di modernizzare in forma accelerata il Paese e di fare dell’Urss una superpotenza agricola, puntò sul cotone e sulle acque dei due fiumi e dell’Aral per provare a rendere il deserto centroasiatico un’oasi verde.

Oasi che, scientemente, avrebbe previsto il sacrificio del lago stesso. Nel 1964 Aleksandr Asarin dell’istituto “Hydroproject” evidenziava il fatto che il lago era condannato dalla volontà dei dirigenti sovietici di far sì che un graduale prosciugamento del bacino dell’Aral aprisse la strada alla massiccia coltivazione del riso sulle sponde lasciate libere all’agricoltura, spiegando che “ciò fa parte dei piani quinquennali approvati dal Consiglio dei ministri e dal Politburo. Nessun appartenente a un livello inferiore avrebbe osato contraddire questi piani, anche se così il destino del lago fu segnato”: già nel 1952 parte della foce dell’Amu Darya era essiccata, nel solo decennio 1961-1970 ci fu una decrescita media delle acque di 20 cm all’anno, accelerata nel decennio successivo. Dal 1986 in avanti si passò a oltre 80 cm l’anno e al massiccio tracollo delle acque del lago. Anno dopo anno iniziò a palesarsi l’ampio deserto sabbioso-salino formato sul fondo della sezione prosciugata del serbatoio e chiamato Aralkum. Nuova landa inospitale creata dall’uomo dopo che la natura aveva già reso inclemente l’avvicinamento all’Aral, dato che er raggiungerlo, si doveva percorre una strada che corre attraverso l’inospitale deserto del Kyzylkum e l’enorme altopiano di Ustyurt, dalla quale si apre un panorama lunare reso ancora più estremo dalla vista del lago gradualmente prosciugato.

l rapido processo di de-essicazione ha portato con sé un numero impressionante di problemi ambientali.  In primo luogo, la salinità accresciuta dell’acqua non ha più reso possibile permesso l’attività della pesca, che rappresentava la maggior risorsa economica di sostentamento per le popolazioni residenti sulla riva del lago. Venti delle ventiquattro specie ittiche del lago da 60mila chilometri quadrati si sono estinte mentre l’Aral si riduceva a due bacini nel suo troncone nordoccidentale.

In secondo luogo, lo scioglimento dell’acqua del lago ha creato una situazione di caos nel microclima locale segnato da sbalzi estremi, con temperature fino a –35°C d’inverno e 50°C d’estate, facendo venire meno la funzione mitigatrice dell’Aral soprattutto nei mesi invernali.

In terzo luogo, facendo ironicamente modo che le previsioni sovietiche venissero smentite, il terreno desertico lasciato libero dalle acque lacustri e le dune del deserto del Kyzylkum è stato reso tossico dall’accumulazione di fertilizzanti e diserbanti utilizzati per potenziare la produzione del cotone. Di fatto ogni anno le bufere e le tempeste di sabbia che si verificano sul letto prosciugato del lago spargono per la regione al confine tra Uzbekistan e Kazakistan una quantità di materiale che si calcola possa essere in grado di portare con sé 43 milioni di tonnellate di sabbie e polveri intossicate o contaminate, che hanno causato un’impennata dei fenomeni di tumore e cancro alla gola nell’area.

Ma il problema principale è legato al fatto che il prosciugamento del lago ha fatto sì che si ricongiungesse alla terraferma l’isola nel centro del lago, che portava il nome di Vozrozhdeniye (che, ironicamente, in russo significa “rinascita”), sede per decenni di test sovietici di armi chimiche e batteriologiche basate su agenti patogeni. Fu nell’isola divenuta penisola prima e istmo poi che le spore di antrace e i bacilli di peste bubbonica furono trasformati in armi e le stesse immagazzinate. Una bonifica del 2002, al costo di 5 milioni di dollari, ha portato allo stoccaggio e all’eliminazione di oltre 100 tonnellate di patogeni. Ma oggigiorno è tuttora difficile capire quanto sia inquinato e rovinato l’ambiente della terra di Vozrozhdeniye a quasi ottant’anni dai primi esperimenti del 1948.

Come nota Icona Clima, un esempio tristemente importante di quanto i danni ambientali abbiano influito sulla vita della popolazione locale è rappresentato dalla cittadina uzbeka di Moynaq, un tempo uno dei centri costieri più attivi. Le rive del lago di sono allontanate di circa 50 km da questa città; gli abitanti hanno perso così la fonte della loro sussistenza economica e a causa dell’inquinamento dell’aria, malattie come tubercolosi, cancro alla gola ed epatiti si riscontrano tre volte in più della media del Paese”.

Il caso del Lago d’Aral insegna molto anche al presente. E ci ricorda che il problema ambientale, fatto che informazione e policy-maker sottostimano o ignorano, è uno dei pochi settori in cui entrambe le grandi utopie della seconda metà del Novecento si sono rivelate incapaci di offrire soluzioni e hanno anzi contribuito a ingigantire i problemi pre-esistenti. Se sono noti in Occidente i danni causati da alcuni esempi scriteriati di devastazione ambientale, è doveroso ricordare che anche il socialismo reale ha fatto danni su larga scala.  Oltre ai disastri legati a casi come il Lago d’Aral, il sistema centrato sull’Unione Sovietica ha nel periodo della Guerra Fredda prodotto un industrialismo irrigidito e un’economia eccessivamente schematica che hanno contribuito a creare alcuni dei disastri ambientali più irreversibili. Basti pensare alle conseguenze tremende sulla situazione ambientale delle piattaforme industriali dell’ex blocco socialista: l’aria di Ostrava, ex centro industriale cecoslovacco, e di altri centri dell’Est sembra la stessa, tossica di trenta anni fa. Ma nulla appare tragicamente irreversibile come il disastro dell’Aral: il lago antico che fu spazzato via dall’estremismo ideologico della centralizzazione totale. Un bacino idrico rigoglioso la cui pressoché totale scomparsa insegna molto sui problemi che la tracotanza umana può causare.

 

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