L’acqua? Petrolio potabile che stiamo bruciando

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Cambiamento climatico, siccità, desertificazione potrebbero portare l’acqua a valere quanto il petrolio fino a trasformarlo in un mercato pari se non maggiore di quello del combustibile fossile. Insomma, l’acqua sarà petrolio potabile. In un precedente articolo vi abbiamo raccontato la grande sete dell’IA e di come l’acqua potabile sia una preziosa risorsa contesa tra la popolazione e lo sviluppo tecnologico. Ma il problema della tecnologia è solamente la punta di un iceberg che si sta sciogliendo. L’acqua è già un bene conteso in molte aree del mondo e la sua scarsità, in concomitanza con la crescita della popolazione mondiale condurrà a nuove crisi ma anche a speculazioni.

L’acqua e il cambiamento climatico

Partiamo da un dato che abbiamo già più volte espresso ovvero che di tutta l’acqua presente sulla terra, il 97,5% è acqua salata e solamente il 2,5% è dolce. Dell’acqua dolce solamente il 30% è a disposizione dell’uomo. L’acqua non è una risorsa infinita ed è legata ad un delicato equilibrio di ricarica. Ma attenzione, sono anni che la nostra velocità di consumo si accinge a superare quella della ricarica naturale. In tutto il mondo, la disponibilità di risorsa idrica nell’anno 2023 conferma la tendenza negativa registrata da diversi anni. Secondo gli studi di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) in Italia nel 2023 si è registrata una riduzione della disponibilità di acqua del 18% rispetto alla media annua dello stesso lungo periodo 1951–2023. È il risultato frutto della combinazione di vari fattori, tra i quali il deficit di precipitazioni e un incremento dei volumi idrici di evaporazione diretta dagli specchi d’acqua e dal terreno.

Già nel 2021 un rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche nel 2020 mise in luce un dato preoccupante, a causa del riscaldamento globale e dell’aumento dei consumi, entro il 2030 il mondo potrebbe affrontare la peggiore carenza idrica mai vista, una carenza pari al 40%. Se a questo aggiungiamo che il 10% della popolazione mondiale ha difficoltà di accesso all’acqua potabile si aprono scenari ancora più complessi legati alle crisi geopolitiche e migratorie che si susseguiranno.

Gli usi dell’acqua dolce

Negli ultimi 100 anni l’uso di acqua dolce è aumentato di 6 volte e se si considerano le nuove tecnologie, la crescita vertiginosa della popolazione, il dato subirà una forte impennata che va ben oltre lo stimato 1% annuo degli ultimi quarant’anni. Attualmente l’acqua dolce viene utilizzata principalmente per l’irrigazione agricola, circa il 70% mentre il settore industriale ne utilizza il 22% e solamente l’8% è destinato al consumo umano ed ai servizi. La scarsa disponibilità dell’acqua dolce ha intensificato lo sfruttamento dei giacimenti sotterranei provocandone il progressivo esaurimento soprattutto nelle zone soggette a prelievi intensivi come grandi aree urbane e zone ad alta intensità agricola.

Mentre il 10% della popolazione vive in zone di stress idrico elevato o grave la restante parte ha aumentato drasticamente i propri consumi trend che, nonostante le consapevolezze odierne, continua ad aumentare.

I conflitti dell’acqua

La disponibilità di acqua dolce rinnovabile varia considerevolmente a livello regionale relativamente a fattori geologici e climatici. L’altro grande fattore determinante è quello stagionale che ne determina la necessità di stoccaggio. Tra il 2000 e il 2018 vi è stata una riduzione delle risorse idriche interne rinnovabili pro capite, variazione che ha colpito maggiormente i paesi situati nell’Africa subsahariana con un 41%, l’Asia centrale con un 30%, l’Asia occidentale con il 29% e il Nordafrica con il 26%. Molti conflitti si sono innescati in zone già caratterizzate da problematiche geopolitiche, alle quali si è aggiunto il tentativo di impossessarsi e controllare l’acqua. Ne è un esempio la regione del Darfur in Sudan dove da oltre vent’anni si convive con un conflitto sanguinoso e dove la desertificazione sta giocando un ruolo rilevante nell’inasprirsi di alcuni conflitti.

Ma nei conflitti l’acqua non è solo un bene di cui impossessarsi, è anche un obiettivo strategico e nel corso della storia recente non sono mancati attacchi convenzionali alle infrastrutture idriche o anche attacchi cibernetici. Dal 2020 ad oggi gli eventi conflittuali nei quali è coinvolta l’acqua sono circa 543 e sono stati schedati e mappati dal Pacific Institute (mappatura conflitti). Insomma, quello delle tensioni legate al controllo dell’acqua potabile è un dato destinato a crescere considerevolmente.

L’acqua come prodotto finanziario

Con il progressivo aumento della siccità, i disastri ambientali legali al cambiamento climatico, comprese le alluvioni, il costo della gestione delle riserve idriche aumenterà unitamente al prezzo dell’acqua stesso. Alcuni investitori sembrano già aver colto le criticità e le opportunità future tanto che dal dicembre del 2020 è possibile scambiare i Nasdaq Veles California Water Index Futures, ovvero i “futures sull’acqua”.

Così sul mercato di Wall Street oltre a materie prime come petrolio o oro possiamo trovare anche l’acqua. I trader potranno acquistarla in una data futura e a un prezzo prestabilito indipendentemente dalla situazione e dalle condizioni di mercato in quella data. Sebbene per Nasdaq un prezzo sull’acqua sia inevitabile per proteggere i consumatori dalle fluttuazioni di valore, non vengono minimante sollevati i quesiti cardine per la gestione di questo bene essenziale alla vita, tra i quali la gestione amministrativa delle fonti, la tutela dell’acqua dall’inquinamento, il suo spreco legato alla cattiva manutenzione degli impianti di distribuzione. L’acqua oggi scorre liberamente nelle condotte della finanza e sgorga nelle privatizzazioni. Gran parte della popolazione civile dal canto suo, tra una lunga doccia calda ed un lavaggio auto, chiede una maggiore efficienza nella gestione idrica per eliminare gli sprechi, d’altronde il petrolio non è potabile.