Quando si parla di transizione è inevitabile parlare anche di difficoltà. La transizione implica un cambiamento che reca con sé determinati costi. Capita in ambito politico così come in quello economico. Su quest’ultimo fronte il termine transizione oramai è entrato nell’uso comune in riferimento alla trasformazione del sistema a favore di un’economia maggiormente sostenibile. Un nobile intento inevitabilmente costoso. Nel giro dei prossimi anni cambieranno molti fattori. Dalle materie prime agli strumenti tecnologici, passando per il ciclo di produzione dei beni di consumo. Mutamenti già in parte in corso e che potrebbero subire ulteriori spinte dalle novità tecnologiche e dai prossimi piani politici da adottare soprattutto in occidente.

Dei costi per le imprese derivanti dalla transizione ecologica oramai si è presa ampia coscienza. Per l’appunto, è nel concetto stesso di transizione l’implicito richiamo a costi economici non indifferenti per determinate categorie produttive. Ma forse ancora non sono stati presi in considerazione tutti quei costi che graveranno direttamente sui cittadini. Difficoltà cioè insite nella vita quotidiana dei prossimi anni. Dalle bollette più salate alla minore reperibilità di taluni prodotti, passando per i costi di beni di uso comune, quali tra tutti la benzina o il gas per il riscaldamento delle case. La vita sarà più cara e questo reca con sé non pochi paradossi. A partire dal fatto che, per rendere in futuro tutto più sostenibile, nell’immediato la quotidianità vivrà momenti decisamente più difficili. Specialmente con riferimento a determinati settori.

Il difficile bilanciamento

La sfida quindi nell’immediato è bilanciare le varie necessità in campo. Da un lato quella relativa alla transizione, inevitabile non solo per un discorso ambientale ma anche per le nuove disponibilità tecnologiche, dall’altro quella di rendere popolari le varie trasformazioni economiche. Una sfida in mano alla politica. Ed è forse questo, almeno in Europa, l’ostacolo più grande. Nel Vecchio Continente per il momento ci si sta limitando ad ampie campagne di sensibilizzazione dai dubbi risultati. Porre in evidenza gli slogan dell’attivista Greta Thumberg o dare rilevanza alle manifestazioni dei cosiddetti “Friday for future”, rischia di far sviare il discorso. In pochi vedono come vicini alle proprie esigenze i ragazzi che sfilano per le vie delle principali città inneggiando al “green”. Ancora meno tra i cittadini sono coloro che danno credito alle attuali classi politiche quando vengono chiesti dei sacrifici.

Il punto focale forse è dato dal fatto che la stessa politica non conosce bene la strada da prendere per i prossimi decenni. Né ha cognizione di precisi piani a lungo termine. E così si sta delegando tutto a facili slogan scanditi oramai con regolarità nelle piazze oppure, peggio ancora, al ricorso all’evocazione di scenari drammatici ritenuti già da diverso tempo come “imminenti”. Mancando un preciso piano di azione, è difficile quindi bilanciare le varie esigenze. È difficile avviare una transizione provando a limitare i costi sociali e, al contempo, è alquanto proibitivo spiegare ai cittadini l’importanza di sostenere determinati costi.

Chi saranno gli “sconfitti” della transizione?

Ogni grande ristrutturazione industriale della storia, lo avevamo scritto e intendiamo ribadirlo, ha inevitabilmente degli sconfitti, se non nel lungo, perlomeno nel breve periodo. Dai dipendenti dei comparti messi fuori mercato a quelli che subiranno in prima persona ristrutturazioni e cambi di paradigma, lo scenario è alquanto complesso.

Tale complessità è aumentata dal fatto che i nuovi lavori legati alla transizione energetica, i cosiddetti green jobs, hanno una specifica focalizzazione in termini di domanda di competenze.

Come scrive Wise Societyinfatti, “i green jobs in Italia sono caratterizzati da un più elevato livello dei titoli di studio richiesti: in un caso su tre (35,2%) si richiede un livello d’istruzione universitario; una bella differenza rispetto alle altre figure professionali (9,8%)”. Dai nuovi mobility manager delle aziende alle figure professionali (tecnici e ingegneri) che dovranno governare la transizione energetica delle imprese e sviluppare l’economia circolare, passando per i nuovi specialisti legati al mondo delle tecnologie più avanzate la transizione sposterà l’asticella e la catena del valore verso posizioni più specialistiche e a più alto valore aggiunto. Con la possibile esternalità di uno spiazzamento di figure professionali ritrovatesi a fare da sparring partner e a subire il graduale svuotamento dei rispettivi settori.

Per limitarci al caso italiano, è da sottolineare quanto emerso da uno studio di Boston Consulting condotto su commissione delle aziende dei settori meno “green” rappresentato in Confindustria (siderurgia, chimica, fonderie, carta, vetro, cemento, ceramica). Il lavoro portato avanti dalla multinazionale della consulenza strategtica americana ha stimato il costo necessario ai comparti in questione per adeguarsi alla nuova normalità “sostenibile” in 15 miliardi di euro nel prossimo decennio. Lo studio coinvolge un gruppo di imprese che rappresentano un fatturato complessivo di 88 miliardi di euro e 700mila addetti. E la questione va sicuramente ampliata ulteriormente, dato che sono ad oggi incalcolabili i costi per gli attori pubblici e privati di eventuali politiche di riqualificazione degli addetti, di potenziamento delle competenze digitali, di ristrutturazione del sistema formativo e del welfare per ovviare alle nuove disuguaglianze che si potranno creare. Si pensi solo all’intero indotto dell’automobile, che l’auto elettrica può profondamente trasformare; o alla centralizzazione della quota più alta del valore aggiunto in settori come la mobilità e il trasporto energetico negli algoritmi abilitanti l’efficienza come driver della crescita e dalla riduzione degli impatti ambientali dei comparti in questione, a scapito delle professioni tradizionalmente coperte dal lavoro umano.

Combattere le nuove disuguaglianze

Si impongono scelte politiche e strategiche volte a ridurre ridurre quello che potremmo definire il “cuneo ambientale”, ovvero la differenza tra i dividendi produttivi e occupazionali che la transizione ambientale può garantire e i costi necessari per abilitarli. Va in tal senso in questa direzione quanto dichiarato da Alessandro Banzato, presidente di Federacciaiin un’intervista al Foglio: Banzato si è detto favorevole all’istituzione di un fondo nazionale per la trasformazione e la transizione industriale volto a coniugare la ricerca di obiettivi ambiziosi sulla decarbonizzazione e difesa della produzione. Il binomio transizione-digitalizzazione pone gli operatori di fronte a un dilemma importante: operazioni semplici e di routine potranno con sempre più insistenza essere effettuate da una macchina o da un software, molti degli attuali posti di lavoro diventeranno quindi ridondanti, e bisogna evitare di lasciare indietro chi necessità di riqualificazione e crescita delle competenze nel lavoro.

Serve, in tal senso, un accordo strategico tra mondo produttivo, mondo del lavoro e Stato per combattere le nuove disuguaglianze che la transizione, inevitabilmente, può generare. Linea perorata anche dal Ministro della Transizione Energetica Roberto Cingolani, da accademico e da ministro fautore di un approccio capace di mediare strategie di lungo periodo e politiche nell’immediato per coniugare tutela ambientale, progresso economico, difesa della centralità dell’uomo. Cingolani ha avvertito che se lasciata in mano agli utopisti ambientalisti e ai radicali “green” la transizione può paradossalmente generare più danni di quanti ne risolverebbe,  diventando un “bagno di sangue”  per le fasce della popolazione a reddito meno elevato e per migliaia di imprese.

Nel Pnrr italiano sembra, ad ora, mancare un meccanismo completamente nuovo di compensazione sul medio-lungo periodo degli sbilanciamenti che la transizione creerà. Dovrà essere impegno condiviso degli attori in causa far sì che esso si formalizzi nel corso degli anni. “Ciò che la storia suggerisce è che un processo di transizione avviene molto lentamente e nel frattempo le persone soffrono enormemente”, ha avvertito il Premio Nobel per l’Economia Esther Duflo parlando della transizione green europea. “Dobbiamo quindi pensare a come aiutare e accompagnare le persone in questa transizione attraverso il nostro sistema di protezione sociale”, ha aggiunto. Un monito che vale anche, se non soprattutto per l’Italia. E che deve invitare istituzioni e attori interessati a ragionare in ottica di promozione del sistema-Paese nel suo complesso.

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