L’Amazzonia è nuovamente al centro del mirino. In Brasile sta proseguendo, selvaggia e incontrollata, la corsa alla devastazione del “polmone verde” della Terra, la foresta vergine più grande e ricca di biodiversità al mondo. Mentre il presidente Jair Bolsonaro ingaggia una discutibile guerra mediatica con l’attore ambientalista Leonardo Di Caprio, rifugiandosi nuovamente in una bolla virtuale dopo il caso degli incendi massicci di agosto, in Amazzonia si combatte e si muore.

Tra incendi e attacchi illegali dei garimpeiros, gli avventurieri che si avventano sui terreni dei popoli indigeni e della foresta amazzonica per poterli poi sfruttare economicamente, degli allevatori e dei cacciatori di frodo di metalli preziosi l’Amazzonia è sempre più sotto assedio. E i suoi difensori pagano spesso caro l’impegno che profondono. La scorsa settimana tra i villaggi di Boa Vista e El Betel, 506 chilometri a sud di São Luis, la capitale dello Stato di Maranhão, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco due esponenti della tribù Guajajara, i “guardiani della foresta”, un gruppo etnico di meno di 20mila membri in prima linea contro la corsa all’Amazzonia.

Il Brasile è tra i Paesi più esposti a questo fenomeno di land grabbing intensivo. Americas Quarterly ha citato il caso dell’invasione, avvenuta a inizio anno, di un territorio da 1,4 milioni di acri nel remoto Stato federale di Amapà e documentato i dati preoccupanti dell’assalto compiuto ai difensori dell’ambiente brasiliano. A quelli che a ben vedere sono, paradossalmente, i veri sovranisti del colosso latinoamericano: i popoli indigeni che difendono la loro roccaforte ancestrale e i diritti costituzionalmente tutelati dal governo di Brasilia dalla corsa allo sfruttamento.

Corsa che nell’immaginario degli avventurieri della “frontiera” brasiliana l’ascesa di Bolsonaro avrebbe, di fatto, sdoganato. Bolsonaro, che in campagna elettorale non ha fatto mistero di voler puntare sullo sfruttamento agrario e minerario dell’Amazzonia come volano per la crescita economica, ha incassato il decisivo sostegno dei grandi imprenditori agrari (ruralistas) e dell’industria nazionale e, in una fase di acuta difficoltà politica interna, anche di fronte allo sdegno internazionale non può permettersi di criticare apertamente l’assalto al polmone verde.

In un Brasile più sicuro rispetto agli ultimi anni i dati sull’assalto ai difensori dell’Amazzonia non migliorano: Americas Quarterly ha segnalato, certificando che si tratta senza ombra di dubbio di stime livellate verso il basso, che verso i difensori dell’Amazzonia sono stati registrati tra il 2015 e il 2018 “406 omicidi, 378 tentati omicidi, 339 suicidi” imputabili a minacce dirette e “1.303 minacce di morte”. Il think tank Nature Sustainability parla di 1.558 omicidi tra il 2002 e il 2017 imputabili a tentativi di intimidazione contro i gruppi per la difesa dell’Amazzonia.

Solo un processo su dieci in materia si conclude con l’individuazione di un colpevole. Salvo le dichiarazioni di Sergio Moro, “zar” della giustizia del governo Bolsonaro, l’esecutivo non ha mai commentato o condannato i recenti attacchi ai popoli indigeni. Ricardo Salles, ministro dell’Ambiente, ha addirittura negato a più riprese che si possa parlare di crimini espliciti contro gli indigeni. Bolsonaro, al contempo, ha fortemente ridimensionato il potere d’azione delle agenzie dedicate alla tutela dell’Amazzonia, prima fra tutte la Funai, esplicitamente dedita alla difesa dei popoli indigeni, nominandone a capo un proprio paladino dell’agrobusiness, Marcelo Xavier da Silva, 41enne dichiaratamente ostile alle politiche di difesa degli abitanti primigeni del Paese. Quella degli indigeni brasiliani è una resistenza quotidiana: l’assedio all’Amazzonia prosegue, giorno dopo giorno, senza che dalla capitale arrivi un potere capace di frenarlo o disincentivarlo.

“Non vogliamo essere spazzati via dalle azioni di questo governo. Le nostre terre giocano un ruolo fondamentale nel preservare la biodiversità”, hanno affermato di recente esponenti di alcuni tra i popoli più minacciati (gli Aruak, i Baniwa e gli Apurinã). Il vero sovranismo brasiliano, come detto, è il loro. Ed è una battaglia esistenziale combattuta, molto spesso, contro forze impari.

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