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L’Unione europea e i Paesi membri sono da tempo capofila della lotta ai cambiamenti climatici e fautori della transizione energetica, e dopo l’approvazione del regolamento che impone ai 27 Stati membri di tagliare del 55% le emissioni di anidride carbonica entro il 2030 la Commissione ha promosso la sua prima iniziativa volta a dare struttura alle politiche finalizzate a raggiungere questo scopo.

Ursula von der Leyen ha infatti presentato le linee guida del “Green Deal” attorno cui l’Unione vuole costruire le politiche per raggiungere l’obiettivo della decarbonizzazione delle economie. Dal 1990 ad oggi le emissioni si sono ridotte del 25%, ma le ambizioni dei Paesi dell’Unione sono ancora più ampie e per concretizzarle sono state promosse una dozzina di iniziative legislative che la Commissione sottoporrà all’Europarlamento.

L’Europa , ha detto la von der Leyen, è il “primo continente che presenta un’architettura per realizzare gli obiettivi climatici, che rappresenta un terzo del bilancio Ue, più di 500 miliardi di euro, a cui si aggiungono gli stanziamenti nazionali. Le emissioni di carbonio devono avere un prezzo, sappiamo che dare un prezzo al carbonio funziona”. Fit for 55, il nome dell’agenda programmatica, mira a definire la strategia Ue sul lungo periodo.

Citando il generale De Gaullel’analisi dettagliata delle proposte segnala però che l’obiettivo di arrivare al -55% entro il 2030 è un “vasto programma”, in quanto gli scenari prospettati dalle diverse visioni proposte sono difficilmente sovrapponibili tra di loro.

La scelta mediata dal Partito Popolare Europeo di fissare al -55% il target di riduzione è stato il frutto di un’apprezzabile conversione verso il pragmatismo ambientale da parte dell’Europarlamento e ha prospettato la possibilità di un obiettivo realistico, questione tutt’altro che secondaria quando si parla di transizione ecologica. Questa apprezzabile premessa trova certamente corrispondenza in alcune delle proposte ideate dalla Commissione, meno in altre che peccano di pragmatismo e virano verso l’utopia.

Appartengono sicuramente al novero delle proposte concretamente fattibili l’obiettivo di portare per il 2030 al 40% il target di generazione da rinnovabili nel mix energetico del Vecchio Continente (oggi si è attorno il 20%), l’istituzione di un fondo sociale per il clima, che sosterrà i redditi per ridurre le bollette e i costi per le piccole imprese, la definizione del Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), i celebri “dazi verdi” pensati per colpire i Paesi che utilizzano pratiche di dumping ambientale nella loro produzione manifatturiera. Il Cbam verrà applicato inizialmente valutando l’impatto relativo al cemento, al ferro e all’acciaio, all’alluminio, ai fertilizzanti e all’elettricità. La transizione inizierà nel 2023 e terminerà nel 2025: in questo periodo transitorio i soggetti importatori dovranno riferire il livello di emissioni contenuto nelle merci importate, senza pagare un corrispettivo monetario per compensarle. Dopo l’entrata definitiva in vigore del Cbam, prevista per il 2026, gli importatori dovranno dichiarare ogni anno la quantità di merci e di emissioni incluse nelle merci fatte entrare nei confini comunitari nel corso dell’anno precedente e pagare con appositi certificati come contropartita.

Certamente queste misure possono avere perimetri chiari, una visione concreta sottostante e un’impronta realista. Soprattutto, presentano tempi certi e scenari precisi di riferimento per la loro applicazione. Lo stesso non si può dire di altre proposte presentate dalla von der Leyen oggi. La volontà di alzare le tassazioni su benzina, gasolio, cherosene rischia di infiammare i prezzi al consumo per individui e imprese e di scaricare sui cittadini dell’Ue, nella loro quotidianità, i costi della transizione, inficiandone le prospettive. Forse più lungo della gamba è stato anche il passo che ha portato l’Ue a darsi il 62% come obiettivo di riduzione delle emissioni garantito dallo schema di scambio di quote di inquinamento (Ets) nel settore manifatturiero. Attualmente, il sistema prevede un taglio del 43% (rispetto ai livelli del 2005) da raggiungere entro la fine del decennio, ma i progressi tecnologici (smart grid, passaggio a fonti come l’idrogeno nei settori più inquinanti e così via) non possono essere previsti ex ante nella loro evoluzione concreta.

Stessa cosa si può dire di una previsione decisamente complessa come quella sul mercato auto: la Commissione prevede entro il 2035 di azzerare le vendite di macchine alimentate a fonti non rinnovabili, ma le previsioni dovranno necessariamente fare i conti con l’evoluzione industriale del settore e con i cambiamenti nei trend tecnologici e di consumo.

In alcuni campi, poi, l’Ue tenta una vera e propria fuga nell’utopia. Sostituendosi ai regolatori nazionali nel proporre obblighi di installazione di centrali di ricarica elettriche (ogni 60 km) e di punti di rifornimento idrogeno (ogni 180 km) su tutte le autostrade del Vecchio Continente e la rete Ten-T; esagerando volutamente nell’ottimismo nel campo della governance del settore primario, in cui mira a raggiungere la neutralità climatica nei settori dell’uso del suolo, della silvicoltura e dell’agricoltura, puntando anche alla piantumazione di 3 miliardi alberi in tutta Europa entro il 2030. Quest’ultimo obiettivo, in particolar modo, non regge alla prova della realtà: si tratterebbe di piantare 333 milioni di alberi l’anno, 913mila ogni giorno, 38mila ogni ora, senza interruzioni, da qui alla fine del decennio. Il tutto in un contesto in cui le foreste stanno in diverse parti d’Europa riacquisendo naturalmente i loro spazi.

Il bilancio della presentazione della von der Leyen è dunque in chiaroscuro. Manca un disegno razionale di politiche industriali a sostegno della transizione energetica, pecca ancor più grave se si pensa a quanto l’Ue stia facendo per colmare gap analoghi in settori quali i semiconduttori, l’alta tecnologia, l’aerospazio. Il bilanciamento tra pragmatismo e utopia è spesso difficile e non è detto in partenza che nel quadro delle eterogenee proposte della Commissione si riesca a trovare un piano organico. Ora più che mai necessario per orientarsi pienamente nel quadro di una sfida epocale che non è un pasto di gala, ma una sfida epocale che, come ha ricordato il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, se affrontata in maniera sprovveduta può risolversi in un bagno di sangue per i sistemi economici europei.