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In una Sardegna avvolta dai venti antichi e solcata da secoli di storia, si sta giocando una partita che sembra appartenere al futuro, ma che inevitabilmente si scontra con il passato. È la partita delle energie rinnovabili, dove i protagonisti non sono più i contadini, i pastori o i piccoli artigiani, ma le grandi multinazionali. Queste aziende, colossi energetici come la cinese Chint, la francese GDF e l’israeliana Doral Group, sono arrivate sull’isola con progetti ambiziosi, parchi eolici e fotovoltaici che potrebbero produrre una quantità di energia sufficiente a coprire molte volte i bisogni dell’isola. Ma ciò che appare come una rivoluzione verde potrebbe nascondere un lato oscuro: la speculazione energetica.

Un assalto ai terreni e al paesaggio

La Sardegna è diventata il terreno di caccia prediletto per le multinazionali che cercano di sfruttare le risorse naturali dell’isola, in particolare il vento e il sole, che qui non mancano mai. Un vero assalto, descritto dai media locali come una colonizzazione moderna, che sta cambiando il volto del territorio. In alcuni casi, come nel Nord della Nurra, la società cinese Chint ha acquistato mille ettari di terreno per costruire il più grande parco fotovoltaico d’Europa. Terreni che un tempo erano coltivati o destinati al pascolo ora sono ricoperti di pannelli solari.

La stessa situazione si ripete in altre zone dell’isola, come l’impianto denominato Guspini, dove progetti agrivoltaici minacciano le rovine archeologiche di Neapolis, un antico sito storico affacciato sul Golfo di Oristano. Le comunità locali, fortemente legate alla loro terra, si sono subito mobilitate. A Guspini e in altre località, i cittadini hanno alzato le barricate, dichiarando la loro opposizione a questi impianti invasivi che minacciano non solo il paesaggio ma anche l’economia locale, basata su agricoltura, pastorizia e turismo​. In questo scontro tra modernità e tradizione, emerge chiaramente un conflitto di valori: da un lato la promessa di energia pulita e sostenibile, dall’altro la difesa di un territorio che rischia di perdere la propria identità. Una guerra combattuta dai residenti, sempre meno, la quale tuttavia passa in sordina tra i tanti problemi nazionali.

Il rischio della speculazione

Dietro la promessa delle energie rinnovabili si cela un pericolo più sottile: la speculazione. Secondo uno studio della CNA Sardegna, se tutti i progetti attualmente in fase di autorizzazione dovessero essere realizzati, l’isola rischierebbe di produrre undici volte l’energia che consuma. Questo eccesso di produzione non è destinato a servire le comunità locali, ma verrebbe esportato altrove, alimentando il sospetto che la Sardegna stia diventando una semplice “fabbrica energetica” per altre regioni o Paesi. A questo si aggiunge il fatto che i progetti più imponenti sono guidati da aziende straniere, il che accentua ulteriormente la percezione di una “colonizzazione” energetica.

La cifra che circola sui media è impressionante: si parla di speculazioni per oltre otto miliardi di euro, un giro d’affari che sta trasformando l’energia rinnovabile da opportunità per il territorio a strumento di profitto per pochi​. A preoccupare non è solo l’aspetto economico, ma anche l’impatto ambientale. Molti degli impianti previsti sorgerebbero in aree di grande valore naturalistico o paesaggistico, compromettendo la biodiversità e minacciando habitat protetti. Anche dal punto di vista burocratico, si parla di un “far west” in cuoi il vuoto normativo permette a queste aziende di agire senza un controllo adeguato.

La risposta della politica: una moratoria, ma basterà?

Di fronte a questa situazione, la politica regionale ha deciso di intervenire. Nel luglio del 2024, la giunta regionale ha approvato una moratoria di 18 mesi su tutti i nuovi progetti di impianti eolici e fotovoltaici​. L’obiettivo è quello di frenare l’assalto delle multinazionali e concedere tempo per pianificare una mappa delle aree idonee, negoziando con lo Stato per evitare che decisioni cruciali vengano prese altrove. Tuttavia, per molti, questa moratoria è solo una soluzione temporanea che non affronta le radici del problema. Le comunità locali continuano a manifestare, chiedendo non solo una regolamentazione più severa, ma anche un maggiore coinvolgimento nelle decisioni che riguardano il loro territorio.

Il dibattito politico si è acceso, con posizioni divergenti anche all’interno delle stesse istituzioni. Se da un lato la moratoria è vista come una misura necessaria per fermare la speculazione, dall’altro c’è chi la critica per aver bloccato anche progetti che potrebbero portare benefici reali all’isola. Per Claudia Zuncheddu della Rete per la difesa della sanità pubblica, la moratoria non è sufficiente a contrastare quella che definisce una vera e propria “aggressione” al territorio sardo.

Un futuro incerto tra progresso e identità

In questo scontro tra il futuro delle energie rinnovabili e la tutela del territorio, emerge chiaramente un dilemma che va oltre la Sardegna. La transizione ecologica è una necessità globale, ma la sua attuazione non può avvenire a scapito delle comunità locali e del loro diritto di autodeterminazione. L’isola, con la sua storia millenaria e il suo legame profondo con la terra, rappresenta un simbolo di questa resistenza, una resistenza che non è contro il progresso, ma contro un progresso imposto dall’esterno, che rischia di cancellare l’identità di un territorio unico.

Le energie rinnovabili sono senza dubbio una parte fondamentale della soluzione alla crisi climatica, ma come ogni grande cambiamento, devono essere gestite con attenzione e rispetto per il contesto in cui si inseriscono. In Sardegna, questo significa trovare un equilibrio tra la necessità di sfruttare le risorse naturali e la preservazione di un paesaggio, di una cultura e di una tradizione che non possono essere sacrificate sull’altare del profitto.

Alla fine, la domanda che la Sardegna pone al mondo è semplice: possiamo davvero considerare sostenibile un modello di sviluppo che ignora le persone e i luoghi che ne saranno colpiti? La risposta, forse, non arriverà dalle grandi multinazionali o dalle aule dei palazzi del potere, ma dalle piazze e dai campi di questa terra antica, dove il vento soffia ancora come ha sempre fatto, libero, indomito e fiero.

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