Il Kazakistan ha scelto. E la scelta, dopo mesi di trattative e offerte parallele, è ricaduta sul gigante nucleare russo Rosatom, che guiderà la costruzione della prima centrale atomica del Paese. La decisione è arrivata in modo piuttosto sobrio, con una nota ufficiale dell’agenzia statale kazaka, ma il suo peso geopolitico è tutt’altro che trascurabile, ma dietro a quell’annuncio c’è molto più di un semplice appalto energetico. C’è una conferma: Mosca, nonostante le sanzioni e l’isolamento occidentale, continua ad avere forza e voce nel cuore dell’Asia. E Almaty, pur cercando di mantenere equilibri tra Russia e Cina, ha puntato su una carta precisa e ben nota.
L’impianto sarà realizzato nella zona di Ulken, non lontano dal lago Balkhash, nel Sud-Est del Paese, un’area scarsamente abitata, ma logisticamente strategica. Il referendum con cui la popolazione ha approvato il progetto si è svolto nell’autunno del 2024 e ha dato il via libera a quello che sarà uno dei cantieri più importanti dell’intera regione per i prossimi dieci anni. Non è passata inosservata la tempistica della comunicazione, arrivata a pochi giorni dalla visita di Xi Jinping in Kazakstan per il vertice “Cina–Asia centrale”, come a voler ricordare chi, al momento, ha la priorità nei rapporti bilaterali con Nur-Sultan.
Ufficialmente anche Cina, Francia e Corea del Sud resteranno nel consorzio guidato da Rosatom, ma nei fatti sarà l’agenzia russa a gestire l’intero ciclo, dalla progettazione al finanziamento. Una dinamica già vista altrove che serve a salvare l’equilibrio diplomatico con gli altri grandi attori internazionali, senza però mettere in discussione la leadership operativa di Mosca. La tecnologia sarà quella dei reattori VVER-1200, già utilizzati in altri Paesi alleati della Russia, e i lavori inizieranno a breve, anche se non è ancora stato comunicato un cronoprogramma ufficiale.

Rosatom in prima linea: energia, diplomazia e nuovi equilibri regionali
Per un Paese che produce il 43% dell’uranio mondiale, il paradosso di dipendere ancora dal carbone per soddisfare i bisogni energetici interni è evidente ed è anche il motivo principale che ha spinto il governo di Kassym-Jomart Tokayev ad accelerare sulla costruzione di un impianto nucleare moderno e sicuro. Il progetto rientra infatti in un piano più ampio: ridurre le importazioni, rafforzare l’autonomia elettrica e, allo stesso tempo, rafforzare la posizione del Kazakstan come crocevia energetico tra Asia ed Europa.
Rosatom ha vinto perché ha offerto più di una semplice centrale e perché ha messo sul tavolo un pacchetto completo: tecnologia, esperienza, finanziamenti e relazioni consolidate. Il Governo kazako, che solo pochi anni fa sembrava intenzionato a diversificare verso l’Occidente, ha invece trovato in Mosca un partner affidabile, almeno per ora. A facilitare la decisione, anche il fatto che Rosatom sia già attiva in progetti simili nel vicino Uzbekistan e abbia proposto una centrale anche al Kirghizistan, segno che la presenza russa nel settore non è occasionale ma strutturata.
Il contesto regionale è cambiato in fretta negli ultimi anni: l’influenza cinese cresce, certo, ma lo fa in ambiti diversi, soprattutto nei trasporti, nelle infrastrutture e nelle telecomunicazioni. La Russia invece ha scelto il nucleare come suo campo di forza, e lo sta dimostrando con accordi concreti. L’intesa con il Kazakistan rafforza anche la sua posizione in uno spazio post-sovietico sempre più conteso e lo fa in un settore, quello dell’energia, che resta centrale per la sicurezza e la stabilità di ogni Paese.
Secondo quanto riferito dal capo dell’agenzia kazaka per l’energia atomica, l’impianto a Ulken sarà il primo ma non l’unico: è in programma anche un secondo progetto da sviluppare insieme alla cinese CNNC, in una località ancora da definire. Una strategia a doppio binario, pensata per non sbilanciarsi troppo, ma che nel presente sembra parlare russo, almeno per la fase operativa.
Tra passato sovietico e nuove ambizioni energetiche
Il Kazakstan conosce bene il potere e il rischio dell’energia nucleare. Durante l’era sovietica era sede di test militari, reattori sperimentali e depositi di armi, un’eredità pesante, che ha lasciato ferite ambientali e memorie difficili, ma dopo il crollo dell’URSS, il Paese ha scelto la strada del disarmo, rinunciando volontariamente alle testate e dismettendo gli impianti in attività. Ora però si torna a parlare di nucleare, con toni diversi e finalità civili, e questo passaggio non è solo tecnico, è anche politico e culturale.
Costruire una centrale significa molto più che dotarsi di una nuova fonte di energia ma significa ridefinire i propri rapporti internazionali, stabilire alleanze industriali di lungo periodo, affrontare resistenze interne legate a timori legittimi sulla sicurezza. Il referendum approvato nel 2024 ha segnato un punto di svolta, ma il dibattito pubblico resta acceso, anche perché, tra memoria storica e problemi energetici attuali, si gioca una partita scottante.
L’impianto avrà una potenza complessiva di 2,4 gigawatt e, secondo il Governo, sarà pienamente operativo entro il 2035, un obiettivo ambizioso, che richiederà continuità politica, risorse economiche e un’efficace gestione dei rapporti con Rosatom. Ecco perché l’attenzione resta alta: ogni avanzamento o battuta d’arresto del progetto sarà letto anche in chiave geopolitica, non solo industriale.
Nel frattempo, le forniture di uranio kazako continueranno ad alimentare reattori in tutto il mondo, ma per la prima volta, parte di quella materia prima servirà anche a generare elettricità per i cittadini kazaki stessi, in una fase storica in cui sicurezza energetica e sovranità tornano ad essere concetti centrali.
Il nucleare, le scelte geopolitiche e la realtà che cambia
C’è qualcosa di inevitabile, forse anche di simbolico, nella scelta del Kazakistan di tornare al nucleare proprio oggi, in una fase storica in cui il mondo è alla ricerca di alternative al carbone, ma anche di nuovi equilibri di potere. Rosatom non è solo un fornitore: è un pezzo dell’influenza russa, un’estensione diplomatica fatta di ingegneria, finanziamenti e know-how e per un Paese come il Kazakstan, da sempre in bilico tra Est e Ovest, la decisione di affidarsi a Mosca racconta molto più di quanto sembri.
Si potrebbe pensare che sia solo una scelta tecnica, ma non lo è. È una scelta che incrocia politica, strategia e storia, e che definisce il tipo di futuro energetico che il Kazakstan vuole costruire: in un mondo dove l’indipendenza energetica è tornata a essere un fattore di sicurezza nazionale, chi costruisce le centrali non è mai un attore neutrale. E forse la domanda non è tanto chi abbia vinto oggi, ma chi sarà davvero il partner del domani, quando la tecnologia invecchierà e i contratti diventeranno alleanze, perché il nucleare non è mai solo una questione di kilowatt.
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