La corsa a una credibile e strutturata sostenibilità, come ogni rivoluzione vera o presunta, non è un pranzo di gala. Impone scelte ragionevoli, pragmatismo e un controllo continuo sulle politiche intraprese per tutelare l’ambiente nel suo complesso. Nella consapevolezza che spesso un’accelerazione eccessiva sulla sostenibilità “spot” può creare cortocircuiti.

La questione delle biomasse è esemplificativa in tal senso. La possibilità di sfruttare masse organiche come fonte di energia è stata ampiamente sfruttata, specie nel Vecchio Continente. La biomassa solida, stando ai dati ripresi dall’ente a partecipazione pubblica Gse, si è confermata per il 2019, prima del Covid-19 la principale fonte energetica rinnovabile utilizzata nell’Unione europea nel settore termico e nel contesto della corsa globale alle rinnovabili secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia garantirà circa il 17% della domanda finale di energia globale entro il 2060, quadruplicando rispetto al 2015 il suo impatto.

All’interno di questi dati grezzi è importante però fare dei distinguo. Anche sul fronte delle biomasse è possibile infatti trovare forme di generazione a impatto reale sulla sostenibilità e altre ben più discutibili. Il nodo chiave è sempre quello della tecnologia applicata alla transizione: per stare a un esempio di pochi giorni fa, recentemente Green Report ha sottolineato che Saipem e Versalis, la società chimica di Eni, “hanno firmato un accordo per produrre e promuovere su scala globale Proesa, la tecnologia proprietaria Versalis per la produzione di bioetanolo e di prodotti chimici da biomasse lignocellulosiche”; parallelamente, col sostegno dell’Università Guglielmo Marconi il progetto GICO, finanziato con quattro milioni di euro da Horizon 2020 (il programma precedente ad Horizon Europe), intende produrre idrogeno a basso impatto sfruttando biomasse e scarti.

Abbiamo di fronte due esempi in cui il circolo virtuoso tra nuovi paradigmi tecnologici, nuove prospettive per mercati e innovazioni e nuovi approcci si attiva. Nella consapevolezza che la completa decarbonizzazione non avverrà probabilmente nell’arco della prossima generazione, ma che al contempo uno spazio maggiore per le rinnovabili va costruito con pragmatismo.

Diverso è il discorso dove invece dietro un “brand” sostenibile si legittimano pratiche discutibili per il fronte ambientale. Con l’etichetta delle biomasse, ha fatto notare il Financial Times, sono spesso presentati non solo fonti come i rifiuti organici e gli scarti ma anche vegetali di ben diversa fattura. A fine maggio fuori dall’Europarlamento è comparso un proiettore che mostrava a ripetizione un video presentante delle scene di foreste disboscate aventi come sottofondo la scritta “L’Ue brucia le foreste come combustibile”. Il fatto che l’Ue per raggiungere i target di decarbonizzazione abbia fino ad ora incluso anche i pellet prodotti con la legna degli alberi tra le biomasse crea un sostanziale cortocircuito. E, sottolinea il Ft, non conta molto per sanare questa incoerenza, il fatto che “molti degli alberi usati vengano da silvicolture sostenibili”, dato che l’impatto di ogni singola pianta sull’ambiente passa sia per la sua capacità di assorbire anidride carbonica che per il suo ruolo nel quadro dell’ecosistema di riferimento.

Nel 2019 oltre 10 miliardi di euro sono stati spesi dall’Ue per sussidi alle biomasse, che in parte hanno contribuito a finanziare l’importazione di pellet vegetali da Usa, Vietnam e Canada, i primi esportatori su scala globale. Finlandia, Estonia e Svezia sono in prima linea per fare pressione sull’Unione affinché nei prossimi anni siano definite nel perimetro delle biomasse energicamente utilizzabili solo quelle con l’intera filiera alle spalle sostenibile, o in grado di creare valore aggiunto a livello sistemico. Questo risulta anche da un documento segreto che proprio la testata della City di Londra ha avuto modo di consultare, emerso il 16 giugno scorso, in cui emergono le diverse posizioni in materia. Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione delegato alla transizione ecologica, nota che senza le biomasse i target di decarbonizzazione per il 2050 saranno irrealizzabili; i Paesi “verdi” sostengono l’idea di abbattere da 20 a 5 MW di produzione il limite per la sussidiabilità di un impianto a biomasse a patto che sia alimentato in forme sostenibili.

La questione delle biomasse è una delle più importanti tra quelle che l’Ue dovrà risolvere nelle prossime settimane. Il 14 luglio prossimo si definiranno le linee guida dei dazi “verdi” che seguirà alla presa di posizione realistica sul taglio di emissioni per il 2030 rispetto al 1990. Ma perché queste politiche diventino pienamente efficienti ed operative serve che le asimmetrie sul clima che l’Ue non ha risolto siano sanate. La necessità di integrare il mix energetico gas-rinnovabili rendendo sostenibili gli investimenti infrastrutturali già previsti, la costruzione di filiere innovative per prodotti come l’idrogeno e il tema biomasse sono sfide che parlano della stessa necessità: affrontare con realismo e senza utopie o ossessioni legate al taglio di precisi traguardi una sfida che coinvolgerà l’intero sistema economico-produttivo e lo sviluppo dei suoi assetti nei decenni a venire.

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