Verdi tedeschi si sono abituati in pochi mesi al difficile equilibrio tra coerenza programmatica, ragion di Stato e esigenze pragmatiche che l’ingresso al governo di una formazione politica impone. Ma sull’energia l’equilibrio ha raggiunto un punto di contingenza realista che ha sconfessato buona parte del loro ideologismo green, spesso per opera dei loro esponenti nella “coalizione semaforo” di Olaf Scholz. Il caso carbone è paradigmatico.

Nella giornata di domenica proprio il co-leader degli ambientalisti, il Ministro dell’Economia e vicecancelliere Robert Habeck, ha messo la sua firma su una serie di leggi emergenziali che impongono una moratoria alla chiusura di centrali a carbone per evitare che il Paese si trovasse schiacciato dalla dipendenza del gas russo in una fase in cui Mosca sta alzando l’asticella politica nella partita energetica.

A inizio mese proprio Habeck aveva parlato di una necessità contingente che non avrebbe fatto deviare il Paese dagli obiettivi climatici del Cop26 e dalle strategie di decarbonizzazione studiate in campo europeo. Oggi invece la mossa viene presentata come emergenziale in un contesto in cui Berlino entra in un territorio sconosciuto.

La scorsa settimana, infatti, Gazprom ha sfidato la Germania nei giorni in cui Olaf Scholz, assieme a Mario Draghi e Emmanuel Macron, compiva il complesso viaggio diplomatico a Kiev tagliando unilateralmente le forniture via Nord Stream, nel Baltico, e arrivando a minacciare lo stop completo. Temendo una manovra del genere, in precedenza la Germania ha messo in cantiere la creazione di quattro terminali galleggianti di gas naturale liquefatto e ha dato la priorità al riempimento dei serbatoi di stoccaggio del gas. Attualmente sono pieni al 56% e Habeck vuole raggiungere il 90% entro dicembre: perché ciò accada, a Berlino serve deviare in parte dal gas naturale i consumi energetici.

Domenica Habeck ha detto che Berlino vuole riportare temporaneamente fino a 10 gigawatt l’output energetico delle centrali elettriche a carbone inattive, comprese le tre chiuse nei primi mesi del 2022, consentendo loro di rimanere operative per un massimo di due anni. Habeck ha dichiarato questa mossa “amara” ma “necessaria” per “impedire a Vladimir Putin di dividere l’Europa” utilizzando “l’arma dell’energia”. Secondo il Financial Times, “ciò aumenterebbe la dipendenza della Germania dal carbone per la produzione di elettricità fino a un terzo”. Scartato invece per ragioni politiche il nucleare, dato che il piano di spegnimento delle centrali continua e Berlino con il precedente della tassonomia green europea respinta di recente ha segnato un precedente, resta il carbone, che ritorna protagonista. “Le tre centrali nucleari attive rimaste in Germania”, prosegue il Ft, “hanno una capacità di 4 Gw e dovrebbero uscire dalla rete entro la fine di quest’anno. La loro durata non sarà estesa poiché il governo ha concluso che gli ostacoli tecnici e di sicurezza sono troppo elevati”.

Berlino, che mira a eliminare gradualmente il carbone entro il 2030, toverà comunque dalla fonte fossile più inquinante una capacità di controllo del sistema energetico più che doppia rispetto a quella garantita dal nucleare. Per la Germania diversificare è questione di vita o di morte: l’aumento dei prezzi dell’energia sta alimentando l’inflazione, vero incubo del sistema-Paese tedesco, e unitamente alla crisi delle materie prime rischia di portare la Germania in recessione assieme al suo tessuto industriale.

I Verdi di Habeck, che vogliono consolidarsi come forza di governo, lo sanno e da tempo hanno capito che sulla questione energetica non si scherza. Habeck ha in passato ammonito che lo stop immediato al gas russo avrebbe provocato “disoccupazione di massa e povertà” e con il suo ministero, titolare delle politiche energetiche, agisce di conseguenza applicando l’agenda del Cancelliere Scholz. L’inversione a U degli ecologisti è pressoché totale e la loro agenda è stata, alla prova della guerra in Ucraina, sconvolta da cima a fondo portandoli al contrappasso definitivo: il via libera al carbone come definitivo trionfo del pragmatismo sull’ambientalismo fine a sé stesso. Una scelta di compromesso, antieconomica sul lungo periodo e problematica per i danni che fa alla road-map tedesca sulla transizione energetica, ma necessaria. Governare è anche questo: sporcarsi le mani col mondo e con la realtà. E per i Verdi sporcarsele con il nero e la fuliggine dell’odiato carbone, per non morire di sete per assenza di gas russo. Qualcosa che i cittadini tedeschi non perdonerebbero mai all’attuale governo.

 

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