Se serviva una conferma, è arrivata: la battaglia ambientale entra nel campo del confronto geopolitico dalla porta principale, assieme ma in forma distinta a quella per la transizione energetica che già da tempo anima le dinamiche globali. Il Cop26 ne è la testimonianza definitiva.

La logica di potenza si applica non solo alla partita per le nuove reti energetiche, le fonti di alimentazione del futuro, le catene del valore e la transizione propriamente detta che dovrà caratterizzare, in forma pragmatica, gli scenari futuri. Essa, al Cop26, è entrata anche sul fronte degli impegni globali per il clima e la riduzione delle emissioni, nonché su quello fondamentale della narrazione sistemica.

L’accordo definito come un compromesso al ribasso segnala da un lato che Paesi come gli Stati Uniti e i membri dell’Unione Europea sono pronti a giocare la partita ambientale per presentare una trasformazione strutturale del loro modello, ma anche che attori dalle dinamiche più complesse come la Cina non sono disposte a far sì che altre potenze dividano il mondo in “buoni” e “cattivi”. E la ricerca di un compromesso con Washington, ritornata ad occuparsi del problema ambientale dopo il disimpegno dell’era Trump, segna il riconoscimento che la Cina non è più, una volta per tutte, un “Paese in via di sviluppo” bensì una potenza di prima grandezza desiderosa di prendersi le sue responsabilità a tutto campo. Ma segnala anche che nazioni come l’India vogliono essere della partita alle loro condizioni.

L’atteso, e a detta di molti insufficiente, accordo finale del Cop26 è stato frutto di un compromesso per tenere insieme chi punta a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 (Ue, Usa, Giappone, Regno Unito, tra gli altri) e chi ha tempi più lunghi, come Cina, Russia, Arabia Saudita (2060) e India (2070). E Nuova Delhi ha condizionato in prima persona la stesura del comunicato definitivo annacquando gli impegni più precisi in nome della volontà del governo di Narendra Modi di ribadire la posizione presa a Parigi nel 2015 imponendo al suo sistema economico tempi di rientro più lunghi dal picco d’emissioni per le diverse caratteristiche di sviluppo del Paese. Un segno della volontà dell’India di giocare in maniera autonoma: la profonda rivalità strategica con la Cina, la scelta di aderire al contenimento di Pechino in seno al Quad, la corsa a una convergenza geopolitica con gli Usa e i loro alleati non significano per l’India una scelta di rinuncia al tradizionale non-allineamento che ne guida la politica estera. E l’ambiente, tema su cui sulle emissioni le posizioni di Nuova Delhi e Pechino sono più vicine, è stato un campo in cui ribadire questo fatto. E mandare un segnale sulla maturazione della potenza indiana.

L’ambiente è manifestazione della potenza di vecchi e nuovi attori del sistema globale, ma anche pivot geoeconomico. Le potenze al Cop26 hanno impostato un’ammissione realista sulle risorse, segnando il legame inscindibile tra mix energetici e definizione delle quote di abbattimento dei gas serra. Una presa di posizione netta che apre al duo tra fonti fossili meno inquinanti e energie rinnovabili nella fase di transizione verso la neutralità climatica. E alla luce della quale si capiscono le prese di posizione di Paesi come la stessa India e l’Australia sul carbone.

Infine l’ambiente è anche perno diplomatico. E non è un caso che Joe Biden abbia nominato un veterano della diplomazia Usa, John Kerry, quale inviato speciale sul clima. Si tratta di un riconoscimento del ruolo strategico dell’ambiente come terreno di confronto tra le grandi potenze. Nella consapevolezza che sul cambiamento climatico ora Washington e Pechino giocano come esponenti dello stesso campo, quello dei Paesi sviluppati, Kerry ha proseguito l’opera avviata nel 2015 da Segretario di Stato di Barack Obama ai tempi degli Accordi di Parigi facendo da pontiere con la Cina, aprendo al comunicato finale congiunto e, soprattutto, all’assegnazione all’ambiente di un ruolo cruciale nell’imminente summit tra Biden e Xi Jinping.

Ma anche tra le altre nazioni del mondo l’ambiente si può porre come perno diplomatico: è il caso dell’iniziativa congiunta di Danimarca e Costa Rica per puntare alla graduale eliminazione della produzione di petrolio e gas attraverso la costituzione della Beyond Oil and Gas (Boga) Alliance, a cui hanno aderito governi desiderosi di lavorare  congiuntamente per facilitare la graduale eliminazione della produzione di petrolio e gas, attraverso il dibattito, ma anche con azioni dirette. La Svezia, l’Irlanda, il Portogallo, la Nuova Zelanda e la Francia si sono uniti come Stati sovrani, la Groenlandia come entità satellite di Copenhagen, mentre i governi locali del Quebec (Canada), del Galles (Regno Unito) e della California (Stati Uniti) hanno voluto aderire autonomamente. L’Italia sarà tra Paese “amico” di questa nuova alleanza, come dichiarato dal ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani. Una testimonianza di come l’ambiente possa aprire forum e scenari di dialogo inattesi in cui intrecciare nuove alleanze e nuove reti di interessi anche fuori dal momento dei grandi summit globali. Che devono essere solo il punto di partenza per un dibattito globale a tutto campo su una delle grandi questioni geopolitiche del pianeta.

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