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L’Amazzonia è un paradiso che non cessa di sorprendere e l’ultima notizia arriva proprio dal Rio delle Amazzoni, il fiume simbolo di questa porzione di mondo che, da sola, contiene le riserve acquee più grandi del pianeta. Laddove il fiume incontra l’Oceano Atlantico un’équipe di biologi dell’Università di San Paolo del Brasile ha infatti scoperto una vera e propria barriera corallina, fatto assolutamente rivoluzionario nelle conoscenze biologiche attuali. Perché questa barriera di coralli – oltre a racchiudere un ecosistema perfetto a causa delle sue caratteristiche e dimensioni – è apparsa subito come un bioma, cioè una vera e propria porzione di biosfera con un’estensione notevole, dal Brasile fino alla Guyana. E così, dentro i sette milioni di chilometri quadrati che costituiscono le dimensioni della foresta amazzonica, la scienza ha fatto un altro passo avanti. “Finora il mondo scientifico sapeva che le barriere coralline hanno bisogno di molta luce, poco sedimento, acqua salata, insomma di questi presupposti – spiega il geologo Michel Mahiques della USP, l’Università di San Paolo – e, invece, per la prima volta ci siamo trovati di fronte ad un bioma, una struttura che contraddice tutto questo. Realmente si rompe un paradigma della scienza”.Un evento rivoluzionario, insomma, che però ha subito attirato l’attenzione anche delle multinazionali del petrolio con in testa la Total, che sono pronte ad esplorare e trivellare. Tanto da destare l’allerta di Greenpeace che, proprio nei prossimi giorni, organizzerà una spedizione sul posto per denunciare al mondo l’assurdità dell’iniziativa. Ma le trivellazioni in prossimità della prima barriera corallina al mondo di tipo fluviale non sono che la punta di un iceberg.Nonostante l’importanza riconosciuta a parole in tutto il mondo dell’Amazzonia poco si fa infatti per preservarla e molto, invece, per distruggerla. Come dimostra la riforma del Codice forestale – votata e sostenuta a piene mani dal governo di Dilma Vana Rousseff nel 2012 – ma strutturata in modo da favorire proprio le lobby che bisognerebbe invece limitare, ovvero quelle dell’agroindustria e dell’allevamento, le quali il più delle volte hanno fatto del disboscamento illegale il loro mantra. Con una punta di assurdità che ha visto quel governo amnistiare tutti i reati di questo tipo perpetrati fino al 2008.I dati dal canto loro fotografano una realtà sempre più allarmante, nonostante tutti gli sforzi di marketing politico dei verde-oro. Tra il 2015 e il 2016, solo in Amazzonia, si sono persi ottomila chilometri quadrati e si è registrato un aumento del disboscamento illegale del 30% rispetto all’anno precedente. Una cifra enorme se si considera la brevità di tempo in cui si è verificato tale disboscamento anche se non deve stupire considerando che, proprio in quel periodo, ministro dell’Agricoltura di Dilma era stata Kátia Abreu, già vincitrice del premio “motosega d’oro” assegnatole da Greanpeace nel 2009, quando la sopramenzionata era “solo” una latifondista senatrice del Tocantins.Per non parlare poi dell’aumento di progetti di costruzione di impianti idroelettrici contro i quali sono scesi in campo star internazionali, come il musicista Sting. E se la centrale di Belo Monte ha catalizzato per anni l’attenzione dei media di mezzo mondo, adesso la stessa è rivolta a São Luiz do Tapajos – sempre nel Pará, immenso stato (l’equivalente delle nostre regioni, ndr) amazzonico grande oltre quattro volte l’Italia. Più precisamente dove, secondo gli ambientalisti, l’impatto di un’altra mega-idroelettrica sarebbe devastante, tanto che gli indios del posto, spaventatissimi, si dicono pronti a tutto pur di impedirne la costruzione. “Quello che il governo sta facendo è molto chiaro. Significa che vuole la guerra – ha dichiarato il capo del villaggio Juarez Munduruku – non siamo noi che la vogliamo, è il governo che vuole la guerra contro di noi”.Una protesta, quella contro l’idroelettrica di São Luiz do Tapajos, che si sta spostando adesso sugli scranni del potere in quel di Brasilia e nelle strade di San Paolo per amplificare il grido di dolore degli indios. Ma a rimetterci nell’insieme, se si continua di questo passo, non saranno solo i locali bensì tutto il pianeta, che all’Amazzonia deve la sorgente della sua vita e la promessa di un futuro.

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