L’Asia Meridionale è una regione attraversata da innumerevoli tensioni. La più importante di tutte è la disputa in corso nel Mar Cinese, dove cinque o sei Paesi si contendono confini marittimi e la conseguente sovranità su isolette strategiche. Da pochi anni c’è però una nuova fonte di agitazione, per certi versi anche peggiore di quella ormai ultradecennale appena descritta: il fiume Mekong. Stiamo parlando di un corso d’acqua lungo circa 4.500 chilometri, che nasce in Cina e si snoda lungo l’Indocina attraversando cinque Stati, prima di tuffarsi nel Mar Cinese Meridionale. È il quarto fiume più lungo dell’Asia, e ha un bacino di raccolta delle acque di circa 810 mila chilometri quadrati, che è più o meno il triplo della superficie dell’Italia.

Se in passato il Mekong costituiva la principale via di comunicazione e commercio tra la Cina e i vicini dell’Indocina, oggi rappresenta l’assicurazione sulla vita per milioni di persone. È solo grazie a questo fiume, infatti, che contadini e commercianti di Laos, Myanmar, Cambogia, Vietnam e Thailandia riescono ad alimentare i loro raccolti e procurarsi il pesce da rivendere. Il problema è che da queste parti l’acqua sta diventando un bene sempre più prezioso e richiesto, al punto tale da spingere Asia Times a rinominare la disputa sorta attorno al Mekong la “guerra dell’acqua”.

L’importanza del fiume Mekong

Proprio come nella questione relativa al Mar Cinese Meridionale, anche per il Mekong c’è di mezzo la Cina. Abbiamo detto che il fiume nasce in territorio cinese. Le sue sorgenti sono collocate sull’altopiano tibetano, precisamente nella regione cinese del Qinghai, a circa 3 mila metri di quota. Nella prima parte del tragitto, fino all’Indocina, il Mekong non ha particolari problemi e il suo corso abbonda di acqua. Ma arrivato più a sud, il fiume smette di essere alimentato da ghiacciai e neve e sopravvive solo grazie ai monsoni; quindi alterna periodi di magra ad altri di piena. La Cina ha estremo bisogno di risorse, e tra queste spicca anche una certa necessità di acqua. E così Pechino ha pensato bene di attingere alla riserva del Mekong, costruendo 11 dighe e mettendone altre 8 in programma, tutte collocate nella parte superiore del fiume.

Il ricatto di Pechino

Le dighe cinesi hanno un effetto devastante per gli altri Paesi attraversati dal Mekong. Oltre alle conseguenze ambientali derivanti da simili interventi, c’è l’eventualità che la Cina possa letteralmente chiudere il rubinetto da un momento all’altro, lasciando all’asciutto i vari Vietnam, Laos e compagnia bella. Il Dragone ha il potere di fermare il flusso di acqua verso le nazioni a valle, contribuendo così a devastare le loro precarie economie basate per lo più sul grande fiume (inondazioni permettendo). Il rischio più grande ipotizzato da alcuni esperti è che la Cina possa utilizzare la questione Mekong per obbligare i Paesi del sud-est asiatico ad accettare i suoi piani infrastrutturali legati alla Nuova Via della Seta e punire invece i “ribelli”. Le dighe cinesi sono state accusate da alcuni analisti come Eugene Chod di “tenere in ostaggio un quarto della popolazione mondiale” senza che Pechino “sia costretta a sparare un solo colpo”. Nel 2016, ad esempio, i governi del sud-est asiatico hanno letteralmente supplicato la Cina di rilasciare più acqua dalle sue dighe per alleviare una durissima siccità; la sensazione è che in futuro situazioni del genere possano essere sempre più diffuse, anche e soprattutto per via del cambiamento climatico.

Il coltello dalla parte del manico

La Cina ha un potere enorme, perché in cambio del rilascio dell’acqua trattenuta dalle sue dighe potrebbe chiedere qualcosa di importante. La lista è lunga e variegata: concessioni, approvazione di progetti infrastrutturali o addirittura il via libera per estendere il proprio dominio sul Mar Cinese Meridionale. Pechino ha sempre respinto al mittente ogni accusa, ma è evidente come il Dragone abbia il coltello dalla parte del manico, mentre i poveri Paesi dell’Indocina non possano far altro che sperare nella magnanimità dell’ex Impero di Mezzo. In questo momento la Cina sta costruendo dighe in Laos e Cambogia, in più ha una grande opera in sospeso in Myanmar.

Il patto Stati Uniti-Giappone

Fiutando un clima potenzialmente favorevole per colpire la Cina, gli Stati Uniti e il Giappone hanno lanciato la Japan-US Mekong Power Partnership, una collaborazione che punta a sviluppare forniture di energia elettrica nell’intera regione indocinese. Un mese fa il Congresso americano ha addirittura pensato di creare un fondo regionale per contrastare l’influenza cinese dal valore di 375 milioni di dollari. Ma l’eventualità che il Mekong si trasformi in un nuovo Mar Cinese Meridionale è enorme, e tutte le parti devono muoversi in punta di piedi per non far arrabbiare troppo la Cina. Altrimenti sarebbe un disastro.