Il sistema ferroviario canadese è paralizzato dalle proteste. Come riporta La Repubblica, infatti, da circa due settimane 24mila passeggeri e tonnellate di merce sono nel caos per via delle proteste dei capi ereditari della tribù Wet’ suwet’ en, sostenuti da migliaia di attivisti, che si stanno battendo con barricate e manifestazioni contro il progetto di un gasdotto che dovrebbe attraversare le loro terre. La costruzione della Coastal GasLink pipeline (Cgl), iniziata nel 2012, prevede la realizzazione di 670 chilometri di tubi, dal costo di 6,6 miliardi di dollari, che dal Nord-Est della Columbia Britannica arriverà fino alla costa.

Come spiega la Bbc, infatti, i capi ereditari di Wet’suwet’en si oppongono al progetto e affermano di detenere l’autorità su una più ampia distesa di terre, sulle quali – a loro dire – i consigli eletti non avrebbero né autorità né giurisdizione. Nel frattempo, l’impatto economico dei blocchi ferroviari sta iniziando a farsi sentire in tutti i settori e vi sono preoccupazioni per la carenza di merci.

Le proteste mandano il Canada in tilt

Le proteste dei nativi, infatti, stanno mettendo in crisi il sistema canadese. La scorsa settimana, la Cn Rail canadese ha dichiarato di essere stata costretta a chiudere la sua rete orientale: la società trasporta ogni anno oltre 250 miliardi di dollari di merci in tutto il Canada. Ha ottenuto ingiunzioni di tribunale per far fronte ai blocchi dei manifestanti, ma finora la polizia si è astenuta dall’usare la forza. Si stima che oltre 94.000 passeggeri siano stati costretti a trovare mezzi di trasporto alternativi da quando i treni passeggeri hanno smesso di essere in funzione. La Camera di commercio canadese ha definito la situazione un ‘”emergenza” per l’economia del paese in quanto i blocchi sui binari ferroviari impediscono il trasporto di cibo, carburante e altri beni di consumo in tutto il paese e negli Stati Uniti settentrionali.

Le aziende canadesi hanno spiegato che l’impatto si sta già sentendo su tutta la catena di approvvigionamento. Un grosso guaio per il premier Justin Trudeau: i leader indigeni affermano che le tensioni attuali rappresentano per il primo ministro un momento cruciale per dimostrare che lui e il suo governo sono sinceri e intendono portare avanti un processo di riconciliazione nei confronti dei nativi. In Canada, inoltre, gli indigeni godono del diritto all’autodeterminazione e all’autogoverno. Il governo canadese ha anche il dovere di consultare le popolazioni indigene prima che venga approvato qualsiasi progetto sulle loro terre.

Una grossa grana per Trudeau

Nei giorni scorsi il primo ministro canadese, Justin Trudeau, ha ribadito che il suo governo è impegnato a trovare una soluzione rapida e pacifica alle proteste contro il gasdotto di gas naturale Coastal GasLink che hanno bloccato aree del sistema ferroviario del paese e bloccato temporaneamente ponti e autostrade. Lo ha confermato al termine di un incontro a porte chiuse con i membri del suo gabinetto. La soluzione ad oggi, però, sembra non di facile portata. Come scrive La Repubblica finché Ottawa non ritira la polizia, i capi indigeni non siederanno al tavolo della trattativa. Ieri, tuttavia, è arrivata una piccola apertura da parte del ministro dell’Interno, Bill Blair, che ha parlato di un possibile ritiro degli agenti. Troppo poco, per ora.

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