La “flotilla” dei popoli indigeni alla COP30 contro l’indifferenza del mondo sull’ambiente

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Una Flottiglia di decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di persone appartenenti a più di cinquanta popoli indigeni ha attraversato il Rio delle Amazzoni verso la COP30 per denunciare l’impatto dell’agricoltura industriale, dell’estrazione di combustibili fossili e dell’attività mineraria sulle comunità amazzoniche. 

Dalle rive del fiume Napo a Coca, in Ecuador, la Flottiglia Yaku Mama – la “madre delle acque”- ha percorso oltre 3.000 chilometri per raggiungere Belém, in Brasile, che questo anno ospita la COP30 dal 6 al 21 novembre. “Navighiamo insieme perchè vogliamo alzare le nostre voci in difesa di madre natura” dichiara un’ attivista a bordo. La Flottiglia diventa così il grido dei popoli indigeni che, pur custodendo il 36% delle terre emerse globali mantenute in buone condizioni proprio grazie alla loro presenza, ricevono solo l’1% dei fondi per il clima e sono allo stesso tempo coloro che subiscono più duramente gli effetti della crisi climatica, dell’estrattivismo e dell’agricoltura industriale.

Un grido globale che sorge dal basso e che a Betlém ha preso forma parallelamente ai lavori della COP30, la 30ª Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). A otto chilometri dallo spazio riservato per la COP30, infatti, è stata aperta la Cupola dei Popoli, uno spazio parallelo al vertice dei negoziati guidato dai governi e dunque uno spazio di rivendicazione delle comunità indigene, che non hanno voce all’interno dei negoziati. Uniti in una voce unanime, gli attivisti da sessanta paesi diversi chiedono una giustizia climatica equa, che tenga in considerazione le volontà e le necessità delle comunità indigene, custodi delle terre dell’Amazzonia. 

Secondo il Monitoring of the Andean Amazon Project, tra il 2012 e il 2024 almeno il 36% delle deforestazioni causate dall’estrattevismo è avvenuto in territori indigeni. Secondo l’Amazonian Geo-referenced Socio-Environmental Information Network su 390 milioni di ettari protetti, 87,2 milioni di ettari, quasi il 22%, sono soggetti a minaccia o pressione da progetti minerari o petroliferi. Inoltre, secondo WWF, ci sono 106 contratti già concessi di petrolio/gas e 439 concessioni minerarie sovrapposti a territori indigeni amazzonici. Proprio contro lo sfruttamento delle loro terre gli esponenti delle comunità indigene hanno protestato e invaso l’area riservata ai negoziati della COP30 ribadendo che: “la nostra terra non è in vendita”. 

Un grido che tenta di cambiare regole su chi si siede ai tavoli dei negoziati e che chiede il riconoscimento e il coinvolgimento delle comunità indigene nella lotta al riscaldamento climatico. “L’unica risposta all’emergenza climatica siamo noi” : sapere ancestrale e pratiche agroecologiche sono considerati dalle comunità indigene i reali strumenti contro il cambiamento climatico rispetto invece all’agrobuisness e al greenwashing portato avanti dai governi ai tavoli delle trattative. Una giustizia climatica reale, equa e inclusiva è dunque quella che chiedono gli attivisti riunitisi alla Cupola dei Popoli, che si contrappongono ai negoziatori della COP30, di cui uno su venticinque è un lobbista del combustibile fossile secondo un analisi di Kick Big Polluters Out. 

Sonia Guajajara, storica attivista brasialiana e ora  Ministra dei Popoli Indigeni dopo la nomina del Preseidente Lula Da Silvia, ha ribadito più volte la necessità di rendere le comunità indigene, i contadini e i villaggi protagonisti della lotta al cambiamento climatico: “Tra gli obbiettivi del vertice vi è la richiesta che i paesi riconoscano la demarcazione delle terre indigene come politica climatica”.

Tuttavia, mentre i tavoli dei negoziati restano nelle mani di governi e lobby, gli attivisti indigeni continuano a essere relegati ai margini: affollano gli ingressi della COP30, protestano e chiedono politiche climatiche eque e inclusive per le comunità che più tutelano le terre emerse e che, al tempo stesso, vivono sulla propria pelle gli effetti di un cambiamento climatico sempre più incontrollabile.