Le notizie che giungono da Iran, Iraq, Siria e Libano così come gli allarmi lanciati dalle organizzazioni internazionali negli ultimi mesi hanno tutte un comune denominatore: la crescente mancanza di acqua. L’oro blu è una risorsa sempre più difficile da reperire in Medio oriente e la sua scarsità incide tanto sull’economia quanto sulla stabilità stessa dell’area, già segnata da problemi di ordine politico e sociale di difficile risoluzione. La mancanza di acqua è alla base delle proteste che da settimane si tengono in Iraq e in Iran, ma è anche motivo di conflitto tra Siria, Iraq e Turchia e tra Baghdad e Teheran. Tutti Paesi dipendenti dai fiumi Tigri ed Eufrate, il cui controllo è diventato una vera e propria arma nella guerra per l’acqua.

Il Libano senza acqua potabile

Secondo gli ultimi dati dell’Onu, più di 4 milioni di persone in Libano rischiano di rimanere senza acqua potabile nel giro di sei settimane. Il sistema idrico del Paese è fortemente in crisi a causa della mancanza di carburante per far funzionare le stazioni di pompaggio, ma mancano anche le risorse economiche per garantirne la manutenzione e il funzionamento a causa della crisi che da tempo attanaglia il Paese. A lanciare l’allarme sull’emergenza idrica in Libano è anche l’Unicef, secondo cui il costo dell’acqua fornita dal settore privato potrebbe salire del 200%.

In un simile scenario, una grossa fetta della popolazione libanese si troverebbe senza accesso all’acqua pubblica ed incapace di accedere al mercato privato per mancanza di denaro. Negli ultimi due anni la lira libanese ha perso il 90% del suo valore e sempre meno persone sono in grado di procurarsi beni di prima necessità. Intanto il governo libanese ha firmato un nuovo accordo con l’Iraq per l’acquisto di carburante nel tentativo di alleggerire la crisi e migliorare la fornitura di energia elettrica, ma si tratta di una mossa inefficace nel lungo periodo. I problemi del Paese potranno essere risolti solo tramite riforme strutturali, per ora impossibili da portare avanti a causa dell’assenza di un esecutivo realmente in carica.

Il filo rosso tra Iran e Iraq

Da più di due settimane in Iran sono in corso delle proteste nella provincia del Khuzestan, nel sudovest del Paese, a causa della mancanza di acqua. L’economia dell’area si basa principalmente sulla produzione agricola, sebbene qui si estragga l’80% del petrolio del Paese, e la scarsità d’acqua sta mettendo a dura prova la popolazione locale. Il dato è ancora più sorprendente se si considera che il Khuzestan è la provincia iraniana con il maggior numero di risorse idriche. Secondo il governo iraniano, le cause della mancanza d’acqua sono da ricercare nella crisi climatica, nella riduzione del 50% delle precipitazioni stagionali e nell’innalzamento delle temperature, che in alcuni casi hanno toccato anche i 50 gradi. Ma ad aver aggravato la situazione, dicono i manifestanti, è stata anche la cattiva gestione delle risorse idriche da parte delle autorità, che hanno continuato a costruire dighe lungo i fiumi della provincia per dirigere il flusso d’acqua verso zone desertiche. Intanto le proteste, nate a inizio luglio nel Khuzestan, si sono estese anche in altre province dell’Iran meno toccate dalla crisi idrica, mettendo in allarme il governo e lo stesso Ayatollah, intervenuto per cercare di riportare la calma nel Paese.

La crisi idrica ha avuto degli effetti negativi anche sul settore dell’energia elettrica, già in difficoltà a causa delle sanzioni americane, con ricadute negative sul vicino Iraq. Baghdad importa energia dall’Iran ed è da tempo alle prese con la mancanza di corrente elettrica, soprattutto nelle regioni del sud ricche di petrolio. Da inizio mese la popolazione di Bassora protesta contro le condizioni di vita nella regione e chiede al governo una fornitura costante di energia elettrica, indispensabile per il funzionamento di negozi, uffici ed ospedali, oltre che per affrontare le alte temperature estive. Anche nella regione nord-ovest del Kurdistan la situazione non è delle migliori: il governo del Krg ha dovuto chiedere ai suoi cittadini di razionare l’acqua per far fronte all’abbassamento delle falde idriche sotterranee.

Le responsabilità della Turchia

A pesare sulla mancanza d’acqua in Iraq è anche la politica di controllo del Tigri e dell’Eufrate portata avanti negli ultimi anni dalla Turchia. Ankara ha costruito una serie di dighe lungo il corso dei due più importanti fiumi del Medio oriente limitando l’afflusso di acqua verso i Paesi limitrofi e sfruttando a suo favore la mancanza di un accordo di cooperazione sulla gestione delle risorse idriche con Iraq e Siria. Anche Damasco ha dovuto fare i conti con la diminuzione dei flussi d’acqua diretti verso il territorio siriano e i rapporti tesi tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e l’omologo siriano, Bashar al Assad, non hanno aiutato a risolvere la controversia.

L’acqua si è rivelata tra l’altro un ottimo strumento di pressione per la Turchia nei confronti dei curdi siriani. Le milizie filo-turche insediatesi nel nord-ovest del Paese a seguito dell’operazione Sorgente di pace hanno infatti danneggiato più volte le stazioni idriche che riforniscono i territori dell’Amministrazione autonoma del Rojava, lasciando milioni di persone senza acqua e senza elettricità anche per lunghi periodi di tempo.

Come ampiamente previsto, la corsa all’accaparramento delle risorse idriche sta diventando il centro dei conflitti del futuro e la maggiore causa dell’instabilità interna dei singoli paesi, incapaci di garantire acqua ed energia elettrica ai propri cittadini. Con conseguenze preoccupanti per la sicurezza dell’intera area, ma non solo.