Le volontà del governo indiano guidato da Narendra Modi di limitare la dipendenza energetica del sub-continente indiano sono già state espresse negli anni scorsi, con un forte programma di sviluppo industriale del Paese, comprendente anche nuovi impianti di raffinazione e nuove fonti di approvvigionamento del greggio. Nuova Delhi ha cercato inoltre di diversificare le materie prime utilizzate come fonte di energia, anche e soprattutto per evitare uno shock nella misura in cui qualche settore fosse entrato repentinamente in crisi. Un progetto che il governo di Modi ha portato per il momento soltanto in parte a casa e gettando le basi per le azioni dei prossimi anni, nonostante però i mille problemi e le mille contraddizioni del caso.
La crisi Usa-Iran è un problema per l’India
Come riportato da Al Jazeera, l’India è un Paese importatore di greggio per l’84,7% del prodotto fruito, rendendo la Nazione dipendente dalle forniture di fossile estere. La principale fonte di approvvigionamento è attualmente il Medio Oriente, dal quale viene importata la quantità maggiore di greggio e che viene lavorato in seguito nelle raffinerie indiane. Fino a qualche anno fa, una parte più consistente di petrolio veniva importato già nella sua forma lavorata, ma per ridurre i costi il governo Modi aveva scelto di potenziare il comparto delle raffinerie del Paese: scelta importante per quanto concerne la bilancia commerciale dell’India ma che si è rivelata devastante per l’ambiente.
La recente escalation di tensioni in Medio Oriente, dettata dall’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani da parte degli Stati Uniti d’America di Donald Trump e dalle successive ritorsioni iraniane ha messo alla luce però la debolezza dell’architettura del mercato del petrolio indiano. Con il prezzo del petrolio schizzato alle stelle nel giro di pochissimi giorni, l’India si è resa conto di come sia necessario una totale inversione di tendenza, sia per raggiungere una parziale autosufficienza sia per limitare i danni dovuti ad uno shock petrolifero improvviso.
Le soluzioni al vaglio del governo indiano
Il fatto che l’India dovesse cercare una soluzione per limitare le importazioni e gestire internamente la richiesta energetica era noto già da tempo, soprattutto per una questione legata alla bilancia commerciale e ad una maggiore competitività dei propri prodotti sui mercati esteri. Tuttavia, gli ultimi eventi hanno spinto Modi a cercare soluzioni rapide, con un piano di sviluppo adeguato e repentino che è attualmente sui tavoli di discussione di Nuova Delhi.
Negli ultimi anni una parte del processo era già iniziato, con l’India che aveva cercato di spostare gradualmente la richiesta di petrolio verso quella di gas naturale. Il principale vantaggio del gas rispetto all’oro nero è data dalla natura degli importatori: Cina, Australia e Stati Uniti, Paesi decisamente più stabili del Medio Oriente e che garantiscono così un livello dei prezzi meno suscettibile a sbalzi. Tuttavia, questa diversificazione ha portato sì ad un riequilibrio percentuale tra utilizzo di petrolio e di gas naturale, ma non ha evitato che la domanda interna del Paese continuasse a crescere, con Nuova Delhi che adesso è il terzo utilizzatore al mondo di greggio; con i trend che lasciano intendere la possibilità di scalzare Cina e Stati Uniti già dal 2021.
Bisogna puntare sulla produzione interna
L’unica strada percorribile alla luce dei dati per il governo indiano è quella concernente un potenziamento delle produzioni interne, anche dei settori che operano sui surrogati del greggio, come la lavorazione tramite la scisti. Tuttavia, le possibilità che il potenziamento delle industrie permetta il raggiungimento dell’indipendenza energetica sono assai remote.
Secondo gli economisti indiani, però, Nuova Delhi potrebbe avvicinarsi al risultato, soprattutto tramite la conversione a mezzi di trasporto elettrici e con investimenti nei comparti che spingono sui sostituti del petrolio. In questo caso inoltre sarebbe necessario per l’India munirsi di scorte maggiori che permettano al Paese di avere riserve di greggio -necessarie per gestire le situazioni di emergenza- per almeno 20 giorni (contro i 9,2 attuali). Un obiettivo che, in termini economici, rappresenterebbe una spesa di oltre 4 miliardi di dollari per l’acquisto di ulteriori 60 milioni di barili di greggio che, di fatto, rimarrebbero immobilizzati.
Gli impatti ambientali della soluzione indiana
La forte crisi ambientale legata all’eccessivo inquinamento del sub-continente indiano ha evidenziato nell’ultimo anno come l’apparato industriale abbia già raggiunto il limite massimo di emissioni (sempre a patto che non lo abbia superato). Potenziare ulteriormente le industrie è un’operazione che andrebbe combinata con un ammodernamento degli impianti più vecchi, onde evitare di trasformare le città indiane in delle vere e proprie camere a gas, con la crisi di Nuova Delhi del 2019 che diventerà la prassi dei prossimi anni.
Un lavoro di ammodernamento è però sinonimo di una forte crescita degli investimenti che, data la loro natura, devono provenire in buona parte dal pubblico, anche per non compromettere la competitività dei prodotti di manifattura indiana. Un tale investimento però, a causa delle indenti spese già sostenute dall’India soprattutto per il mantenimento dell’esercito, sarà necessariamente fatto in deficit, col rischio che la necessità di rientrare dalla spesa porti ad un aumento della pressione fiscale, colpendo comunque il comparto industriale, sebbene soltanto in un secondo momento. Senza tale opera di rinnovamento, d’altro canto, uno sviluppo sostenibile è di fatto impossibile a causa del limite di sopportazione raggiunto dall’ambiente dell’India, già in larga parte giudicato invivibile da qualsiasi individuo proveniente dal di fuori dell’India. Con le scelte del governo di Modi che, in questo scenario ed a causa della procrastinazione del problema negli anni passati, sembrano assai più complicate del previsto.