Fino a qualche anno fa la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) era l’attore principale e indiscusso nel campo della meteorologia internazionale. Nata nel 1970 come ramo scientifico del dipartimento del Commercio degli Usa, è stata a lungo in prima linea nel fornire accurate previsioni meteo, monitorare le condizioni di mari e oceani, tenere sotto controllo l’atmosfera, gestire la protezione dei mammiferi e delle specie in via di estinzione all’interno della zona economica esclusiva degli Stati Uniti.
Nel 1988, per aiutare gli altri governi del pianeta a replicare un simile modus operandi nelle rispettive patrie, il NOAA istituì appositi International Desk. L’obiettivo del programma? Formare decine e decine di scienziati stranieri espandendo, al contempo, il soft power americano a livello globale.
Anche perché Washington ha sempre fornito dati e competenze gratuite a chiunque ne facesse richiesta, in primis a quei Paesi alla disperata ricerca di previsioni di alta qualità e vittime di fenomeni climatici estremi.
Ebbene, come ha fatto notare Bloomberg, l’influenza e i finanziamenti della NOAA sono minacciati dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. Non solo: qualora il tycoon dovesse ignorare, o peggio trascurare del tutto, il dossier climatico, a quel punto gli Stati Uniti lascerebbero spazio all’ascesa di un nuovo leader meteorologico: la Cina.
Previsioni cinesi e diplomazia
La situazione è chiara: mentre gli Stati Uniti di Trump sceglieranno quasi sicuramente di trascurare il cambiamento climatico, tagliando bilanci e progetti inerenti a questo enorme dossier, la Cina di Xi Jinping intende trasformarsi in una superpotenza meteorologica.
Xi in persona ha definito tra le varie priorità nazionali quella di dare a Pechino una voce sempre più autorevole nella governance meteorologica globale. Non è un caso che, nell’arco di appena un decennio, dal 2013 al 2023, il Dragone abbia aumentato la propria spesa per la cosiddetta diplomazia climatica di quasi il 500%. E che, nello stesso periodo preso in esame, il gigante asiatico abbia iniziato a offrire alle altre nazioni aiuto finanziario e supporto per far sì che sempre più governi impiegassero tecnologia e servizi meteorologici made in China.
Se, fino al 2019, la Cina investiva meno di 50 milioni di yuan all’anno per rafforzare la cosiddetta diplomazia meteorologica, dal 2020 in poi ha iniziato costantemente a superare tale soglia. Nel 2023 – anno degli ultimi dati disponibili – Pechino ha messo sul tavolo tra gli 80 e i 90 milioni di yuan. Una pioggia di denaro per occupare le enormi praterie lasciate vuote dagli Usa.
Il Dragone sfrutta il vuoto Usa
Già, proprio gli Usa, che con il secondo mandato di Trump si apprestano a fare importanti passi indietro in merito a questioni climatiche e ambientali. Il Project 2025 del think tank conservatore Heritage Foundation – un programma politico che mira a ridefinire i ruoli istituzionali dell’intero governo federale degli Stati Uniti d’America, e che probabilmente verrà più o meno seguito da The Donald – sostiene che il NOAA dovrebbe essere “spezzato e ridimensionato”, che gran parte della ricerca sul clima dell’agenzia venga “sciolta” e che le previsioni meteorologiche siano completamente privatizzate.
Nel caso in cui Trump smantellasse le operazioni di previsione meteorologica del NOAA, o smettesse di condividere i preziosi feed climatici dell’ente con gli altri governi, diversi Paesi –pensiamo a quelli in via di sviluppo che si affidavano agli strumenti e alla formazione Usa – sarebbero costretti a guardare altrove per assicurarsi quelle stesse informazioni.
Ecco, dunque, farsi avanti la Cina. Che ha appena svelato un nuovo progetto, con più di 2mila borse di studio formative offerte a scienziati – provenienti per lo più proprio da quei Paesi in via di sviluppo abbandonati dall’Occidente – per studiare con esperti cinesi, e per aiutarli a prevedere meglio minacce climatiche come ondate di calore, inondazioni e siccità. Il capo dell’agenzia meteorologica statale cinese, Chen Zhenlin, ha paragonato il programma a come “insegnare alle persone a pescare”, affermando che aiuterebbe le nazioni in via di sviluppo e diffonderebbe al contempo “la saggezza cinese“.