Non c’è pace per il settore del gas e del petrolio italiani, specie nel campo dell’offshore adriatico su cui da tempo pende la spada di Damocle del ridimensionamento e, in prospettiva, dell’estinzione dopo che il governo Conte I ha introdotto una regolamentazione volta a introdurre una moratoria di 18 mesi sull’introduzione di nuove concessioni. Il governo giallorosso Conte II ha agito in questo contesto col precedente esecutivo gialloverde, estendendo attraverso un emendamento approvato dalla commissione Affari costituzionali della Camera lo stop a 24 mesi, fino ad agosto 2021.

Il dibattito politico sullo stop alle trivellazioni petrolifere nell’Adriatico e nelle altre aree dell’offshore italiano è stato a lungo cavalcato dal Movimento Cinque Stelle come questione-bandiera: in nome di un ambientalismo di maniera, il settore dell’oil&gas italiano è salito sul banco degli imputati e demonizzato in maniera continua, è stato oggetto del referendum abrogativo della norma sulle concessioni, fallito per mancanza di quorum nell’aprile 2016, e poi coinvolto in una battaglia in cui alla pacata analisi della necessaria conciliazione tra norme di tutela ambientale e ragioni industriali si è sostituita un’aspra discussione faziosa. E così sia nel contesto del governo con la Lega che in quello dell’esecutivo col Pd le “trivelle” sono diventate il bersaglio preferito dai Cinque Stelle per poter portare a casa successi in materia di istanze storiche del Movimento, dopo che su altri campi di attinenza industriale o strategica (F-35, Tap, Tav) i risultati erano stati molto meno lusinghieri.

Ripercorrere la storia della castrazione del settore energetico italiano significa capire le radici politiche di una serie di scelte che stanno portando l’Italia a privarsi, volontariamente, di un comparto economico fondamentale in un contesto di accesa competizione energetica nel Mediterraneo senza nemmeno poter portare a bilancio un beneficio ambientale: Paesi come Grecia e Croazia brindano infatti alla miopia italiana sulle trivelle.

Il referendum del 2016

L’estrazione offshore di idrocarburi in Italia risale ai tempi dell’Eni di Enrico Mattei, che avviò in Adriatico le prime attività negli anni Cinquanta. Il settore si è dunque sviluppato e consolidato, con un progressivo incremento dell’indotto e dell’occupazione. In particolare, tra gli anni Novanta e Duemila la corsa al gas naturale si è intensificata.

La progressiva “territorializzazione” e protezione ambientale dei mari italiani creò un contesto normativo in cui, progressivamente, le nuove trivellazioni furono vietate nel Mar Tirreno, nelle aree naturali protette e entro le 12 miglia nautiche dalla costa ma, al contempo fu consentito agli operatori di proseguire lo sfruttamento dei giacimenti già individuati fino al loro esaurimento.

Enrico Mattei con alcuni operai (LaPresse)
Enrico Mattei con alcuni operai (LaPresse)

Nel 2016, i consigli regionali di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Sardegna (governate dal centrosinistra), Liguria e Veneto (amministrate dal centrodestra) hanno esercitato il diritto di convocazione referendaria sancito dalla Costituzione per abrogare una serie di norme, alcune delle quali convocate nello Sblocca Italia, che sancivano proprio il nuovo status quo dell’offshore italiano in materia di proroga illimitata delle concessioni esistenti.

Seppur su determinati punti del dibattito emerso allora – come ad esempio l’opportunità di proseguire lo sfruttamento intensivo di giacimenti posizionati in santuari faunistici marittimi o aree di interesse naturalistico e turistico anche dopo la scadenza delle concessioni tra il 2025 e il 2027 – un ragionamento di lungo respiro sarebbe stato utile e proficuo, il clima politico creato attorno al referendum (che fallì per mancanza del quorum) fu tale da polarizzare il dibattito. Fu in quel contesto che emerse la corsa politica a colpire in maniera diretta il settore delle trivelle, esacerbata dall’emersione della nuova ondata ecologista.

Trivelle nel mirino

Nonostante la svolta “sviluppista” del Carroccio, il partito ha sostenuto la mossa pentastellata di inserire nel Ddl Semplificazioni del 2019 la moratoria all’estrazione di petrolio e gas, concentrata soprattutto contro le attività di Eni e delle altre imprese estrattive nel mar Adriatico. Bastano i dati a sottolineare l’impatto dello stop: come scritto su InsideOver, “la produzione e le riserve accertate di idrocarburi nell’anno 2010 ammontavano rispettivamente a 5,1 milioni di Tep (tonnellate equivalenti di petrolio) e 187,4 milioni di Tep. Le nostre riserve complessive ci pongono al terzo posto in europa dietro a due “colossi” come Norvegia e Regno Unito. Per quanto riguarda il gas naturale […] nello stesso anno abbiamo prodotto 6,3 milioni di Tep da 82,4 milioni di Tep di riserve. Secondo i dati di Assomineraria questa produzione, di olio e gas, ha contribuito rispettivamente nel 2011 al 7,4 e al 10,7% del fabbisogno energetico italiano complessivo”.

Anche dopo la sostituzione del Partito democratico alla Lega come partner di minoranza dei Cinque Stelle in coalizione la musica non è cambiata. Assomineraria, di categoria delle società dell’estrazione energetica, ha sottolineato che lo stock di investimenti a rischio è pari a 400 milioni di euro, mentre l’occupazione messa a rischio dal bando alle trivellazioni è pari a 20mila persone, 10mila delle quali nella regione Emilia-Romagna, con 4.500 addetti nel distretto di Ravenna.

Gli sviluppi più recenti: Ravenna in rivolta

Da Ravenna, in rivolta contro le decisioni dell’esecutivo nazionale e della linea presa dal Partito democratico che governa la città e la regione, più voci critiche sono emerse per condannare una serie di manovre considerate rischiose per l’economia del distretto. Gianni Bessi, analista esperto di materie energetiche e consigliere regionale del Pd, ha più volte espresso critiche severe alla castrazione dell’oil&gas italiano. Analoga la posizione del sindaco della città romagnola, Michele de Pascale, che come riporta StartMag, ha stigmatizzato in una lettera al capo delegazione del Pd al governo, Dario Franceschini, e ad altri maggiorenti dem il fatto che il Pd si sia reso “corresponsabile nel determinare la chiusura di un settore economico così importante. Non solo dal punto di vista occupazionale, ma per il ruolo che riveste nel percorso graduale di accompagnamento allo sviluppo delle rinnovabili e l’approvvigionamento energetico nazionale”.

Le prospettive non sono delle migliori per il settore e, allargando il campo visivo, per l’intero comparto energetico italiano. Il Paese, che si ritrova in bolletta e dipendente dalle forniture esterne, non riesce ad agire con continuità nel contesto della sfida mediterranea per il controllo del gas naturale e del petrolio. Sfida geopolitica che l’Italia rischia di perdere a tutto campo inaugurandola con una sconfitta a tavolino nel terreno di casa: con che serietà si può costruire una grand strategy regionale su gasdotti, forniture e alleanze in mancanza di una credibile politica sul fronte interno?

Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA
Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA