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Karachi, cuore pulsante dell’economia pakistana, è la capitale del Sindh, regione meridionale del Paese che si affaccia sul Mar arabico. Attraversata dal fiume Indo, questa grande metropoli ha conosciuto negli ultimi decenni un’espansione enorme divenendo in breve tempo la seconda città più popolosa al mondo dopo Shangai. Oltre 24 milioni di abitanti sparpagliati in 18 distretti, baraccopoli sterminate in cui convivono a fatica decine di etnie diverse con fedi e lingue differenti. Nel 1947, anno di fondazione dello Stato pakistano, gli abitanti erano soltanto 450mila.

Oggi questa città mastodontica ha sete. La “città delle luci”, che fino agli anni ’70 affascinava i visitatori occidentali per la sua sregolata vita notturna ha un enorme bisogno di acqua. L’incremento sregolato della popolazione insieme a fattori climatici non immediatamente prevedibili hanno drasticamente ridotto la possibilità di accedere al bene più essenziale per la sopravvivenza.

L’Ordine mondiale della sanità ha recentemente calcolato che, in media, un essere umano necessita di un minimo di 50 litri di acqua al giorno ad un massimo di 100 per poter sopravvivere. A Karachi la media è di 67,7 litri di acqua pro capite, un nulla se confrontato con gli Stati Uniti (575 litri) o con la Cina (90 litri). Quando parliamo di Karachi non ci si riferisce ad una città dispersa nel deserto o tecnologicamente sottosviluppata, ma di una vera e propria capitale economica; dopo quelle cinesi e indiane, senza ombra di dubbio una delle città più all’avanguardia di tutta l’Asia.

Nemmeno il fiume Indo basta a dissetare Karachi

Negli ultimi cinque anni però, la portata del fiume Indo è diminuita a vista d’occhio a causa del progressivo scioglimento dei ghiacciai Himalayani. L’inquinamento ha poi reso praticamente inutilizzabile l’acqua del fiume. Si calcola che il 40% delle morti in città avvenga a causa della contaminazione e dei veleni contenuti nell’acqua. Il governo ha così deciso di ricercare la propria fonte altrove, importando acqua dal lago di Keenjar, circa 120 chilometri a nord della città.

Da lì un’intricata serie di acquedotti raggiunge la città fino ad arrivare in quattro centrali pubbliche gestite dalla compagnia privata Kwsb (Karachi Water & Sewerage Board) che dovrebbe consentire a tutta la popolazione un libero accesso all’acqua potabile. Dovrebbe, perché dei 55 milioni di galloni d’acqua al giorno prelevati dal lago, il 42% viene perso o rubato.

L’acqua viene letteralmente persa lungo il tragitto che va da Keenjar a Karachi a causa della carenza delle infrastrutture. Kwsb si è difesa dalle accuse lamentando una mancanza di fondi per poter investire nella manutenzione. In effetti solo il 60% dei fruitori di acqua potabile pagano regolarmente la tassa sulla fornitura d’acqua. La situazione ha portato l’azienda a registrare un deficit del 59% che l’ha trascinata sull’orlo della bancarotta.

Questa estate calda ha portato la carenza d’acqua a livelli mai registrati in precedenza: il 40% della metropoli non riceve acqua potabile da 15 giorni. Ovviamente tutto questo sulle spalle degli abitanti dei quartieri più poveri e sovrappopolati nelle periferie della città. Nelle zone residenziali del centro si continua a vivere come se nulla fosse, i giardini nelle ville dei ricchi banchieri pakistani nel centro della città continuano comunque ad essere irrigati. A pochi chilometri di distanza, nelle baraccopoli infinite, chi è in grado si arrangia costruendo dei pozzi privati per prelevare acqua dal terreno. Ma nelle periferie non tutti possono permettersi il lusso di spendere 800 dollari per una pompa drenante. Nelle periferie della città i più fortunati arrivano a guadagnare soltanto 160 dollari al mese. In situazioni come questa, quando lo stato è assente e le aziende private sono sorde ai bisogni reali delle classi più povere, l’unico interlocutore disposto ad ascoltare è il crimine organizzato.

La “Mafia dell’acqua”: un fatturato da capogiro

La chiamano la “mafia dell’acqua“. Migliaia di autobotti sfrecciano per i quartieri assetati della città e vendono acqua sottratta illegalmente al Kwsb ad un prezzo 30 volte più alto. Dei 160 dollari guadagnati dalle fasce più povere in un mese, più di un terzo viene speso per assicurarsi qualche litro di acqua potabile con cui dissetarsi e potersi lavare almeno una volta ogni due settimane.

In tutta Karachi esistono dieci idranti ufficiali a cui le autobotti dell’azienda dovrebbero attingere; accanto a questi però ce ne sono almeno altri cento illegali, sfruttati dalla mafia pakistana che ha trovato nell’acqua il suo “oro blu”. Si stima che il guadagno giornaliero si aggiri attorno alle 150 milioni di rupie: 1,43 milioni di dollari ogni 24 ore, un miliardo e mezzo di dollari ogni anno. Cifre mostruose per un paese in cui il crimine organizzato è spesso legato a doppio filo con l’estremismo islamico. I criminali deviano alcuni dei canali che dal lago Keenjhar arrivano fino in città, depredando acqua potabile destinata ai quartieri periferici.

“Oggi Karachi è come la Chicago di Al Capone”

“Oggi Karachi è come la Chicago ai tempi di Al Capone” ha recentemente scritto l’opinionista pakistano Malik Tariq. “È il fallimento totale dello Stato e del suo establishment civile e militare, che ha permesso alla legge e alla legalità di divenire ostaggio dei capricci dei criminali.” Tanti sono i gruppi di criminali che infestano la principale metropoli del Paese. Tra questi potrebbe esserci anche un ramo pakistano della D-company, l’associazione di stampo mafioso guidata dal criminale indiano Dawood Ibrahim. Ricercato in tutto il mondo per i suoi contatti con l’estremismo islamico, la Cia sostiene che Ibrahim si trovi oggi proprio a Karachi da cui continua a gestire i propri traffici illeciti in tutta l’Asia.

Alcuni attivisti ed esponenti del Ppp, storico partito di sinistra, hanno giustamente fatto notare come sia impossibile che tutto questo accada alla luce del sole, senza che nessuno intervenga. È evidente che la mafia dell’acqua si è inserita nei gangli del potere, nella burocrazia, all’interno dell’establishment politico e militare e in diversi settori strategici della vita economica del Paese tra cui quello relativo all’acqua potabile.

In ogni settore del Pakistan la corruzione è dilagante, ma sotto questo aspetto nessuna città pakistana è peggiore di Karachi. La mafia infatti si è annidata proprio là dove risiede il cuore economico del Paese, quella dell’acqua è soltanto la punta dell’iceberg.

Il neo presidente Imran Khan ha ipotizzato la revoca delle concessioni alla Kwsb, evidentemente compromessa con settori corrotti della società. Ma membri stessi del governo si sono opposti alla decisione presidenziale, minacciando di schierarsi con le opposizioni e far cadere il governo. Per questo la decisione è stata revocata.

La Kwsb resterà, così come rimarranno le autobotti e gli idranti illegali e la vendita clandestina di acqua potabile. A farne le spese sarà, come sempre, la povera gente. Arriverà l’autunno, e con esso le nuove piogge che miglioreranno la situazione; ma negli slums di Karachi, “città delle luci”, non passerà il terrore per una nuova estate.