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L’Iran sta affrontando una delle peggiori siccità degli ultimi decenni, con precipitazioni scarse- a Teheran non piove da otto mesi- e le maggiori dighe del Paese che rasentano i minimi storici. Non c’è neve quest’anno sulle cime dei monti Elborz, al Nord di Teheran. A metà novembre è un fatto anomalo, sintomo visibile della crisi idrica che si è abbattuta sull’Iran questo autunno. Ma se la mancanza di neve è un’allarmante anomalia, la siccità, in Iran, non è una novità.

Le autorità della Repubblica Islamica, a partire dal presidente Masoud Pezeshkian, hanno avvertito che se entro dicembre non dovesse piovere, potrebbe essere necessario razionare l’acqua o, come extrema ratio, evacuare la capitale, una metropoli da dieci milioni di persone.

Secondo Al Jazeera, ben 19 dighe sono sull’orlo del prosciugamento, riempite a meno del 5% della loro capacità. Tra queste Amir Kabir, bacino chiave dell’area di Teheran che ha registrato meno del 10% della capacità, spingendo il governo ad intensificare razionamenti localizzati e tagli alla pressione idrica. Ma le misure emergenziali non sono state l’unica azione intrapresa dagli apparati iraniani: a partire da venerdì scorso, nelle moschee al Nord di Teheran, gli imam hanno chiamato i cittadini alla preghiera collettiva per la pioggia, in persiano Talab-e Baran. Un’iniziativa che guarda al cosiddetto miracolo della primavera del 1944, quando le preghiere furono indette nella città di Qom: al terzo giorno di preghiera, in quel caso, la pioggia arrivò a bagnare la città santa.

Cloud Seeding: cos’è e perché l’Iran lo ha adottato

Nel tentativo di fronteggiare l’emergenza idrica, le autorità della Repubblica Islamica hanno avviato operazioni di cloud seeding, una tecnica di geo-ingegneria atmosferica che mira a stimolare la formazione di pioggia attraverso la dispersione di particelle all’interno delle nuvole. Secondo l’agenzia di stampa statale Islamic Republic News Agency,  sabato scorso, un aereo appositamente equipaggiato ha condotto l’operazione nel Nord-Ovest del Paese, vicino al lago Urmia, oggi prosciugato a tal punto da non somigliare più al bacino idrico che era fino a un paio di decenni fa.

Tuttavia, diversi esperti hanno ricordato che il cloud seeding, scelto perché economicamente più abbordabile per le finanze della Repubblica Islamica, non è una risposta necessariamente risolutiva, ma anzi presenta diversi limiti e criticità:  “L’inseminazione delle nuvole è spesso molto più difficile durante la siccità perché l’atmosfera è così secca che le nuvole presenti potrebbero non avere sufficiente umidità”, ha dichiarato Karen Howard, scienziata presso l’US Government Accountability Office. L’efficacia reale raramente supera il 10-15% e richiede che le nuvole contengano molta acqua, condizione non scontata nel clima arido di questo periodo.  

Alluvioni improvvise e problemi strutturali

La diga, ormai quasi completamente prosciugata, di Amir-Kabir, Alborz province, Iran del nord, 10 Novembre 2025.

Lunedì 17 novembre in alcune province dell’Iran occidentale, le piogge, conseguenza delle operazioni di cloud seeding, hanno causato improvvise e violente inondazioni. Tra domenica e lunedì si sono registrate allerte in sette province, con particolare concentrazione nel Kurdistan iraniano. I torrenti d’acqua venutisi a creare con le piogge artificialmente indotte sarebbero il risultato di un una misura che non ha tenuto conto- osservano gli esperti- dell’incapacità di terreni inariditi dalla siccità di assorbire le precipitazioni.

Con risultati per ora deludenti, il cloud seeding si configura come una risposta dal valore meramente simbolico, la cui utilità, anche quando non dovessero verificarsi alluvioni, rimane troppo limitata per assorbire una crisi come quella di questi giorni. I bacini idrici restano bassi e le falde continuano a ridursi, evidenziando un problema che non è improvviso ma strutturale: in un Paese semi-desertico, dove il 90% dell’acqua disponibile viene usata per un’agricoltura poco redditizia ma promossa come risposta nazionale alle sanzioni, la crisi idrica è una questione ormai cronicizzata, figlia di un sistema che non ha saputo rinnovarsi e ha invece continuato a fare affidamento su infrastrutture inefficaci sul lungo periodo.

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