Intelligence ambientale addio: per gli Usa il climate change non è più una minaccia

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Nel cuore della macchina strategica americana, laddove la sicurezza nazionale viene ridefinita giorno dopo giorno, il cambiamento climatico è stato a lungo considerato un pericolo esistenziale. Dai satelliti della Guerra Fredda ai rapporti di intelligence del XXI secolo, la questione ambientale ha attraversato decenni di attenzione e di rimozione, di allarmi accesi e di censure politiche, rivelando una tensione irrisolta tra la scienza e il potere.

Oggi, però, questa lunga storia conosce un punto di svolta: la Valutazione Annuale delle Minacce del 2025, la prima sotto la direzione di Tulsi Gabbard, ha escluso ogni riferimento al clima come minaccia strategica. Un’omissione che segna una rottura drastica con la narrativa degli anni precedenti e solleva interrogativi inquietanti: l’intelligence americana è ancora in grado di affrontare una sfida globale come il riscaldamento climatico, o sta soccombendo alle pressioni di una leadership politica che preferisce il silenzio all’analisi?

Da CORONA a MEDEA: genesi dell’intelligence ambientale

La consapevolezza ambientale dell’intelligence statunitense non nasce in un laboratorio scientifico ma nelle stanze segrete della CIA durante la Guerra Fredda. Tra il 1960 e il 1972, il programma satellitare CORONA sorvegliò dall’orbita le infrastrutture militari dell’Unione Sovietica, producendo quasi un milione di immagini ad alta risoluzione. Quelle fotografie, destinate inizialmente a scopi bellici, divennero con il tempo una risorsa preziosa per gli scienziati: documentavano anche lo stato delle foreste, dei fiumi, delle coste artiche e delle calotte polari.

Negli anni Novanta, fu l’allora senatore Al Gore a spingere per declassificare questo patrimonio. Nacque così l’Environmental Task Force (ETF) della CIA, che evolse nel programma MEDEA. La scommessa era audace: utilizzare immagini satellitari militari per studiare l’impatto umano sul pianeta. Nel 1995, il presidente Bill Clinton firmò un ordine esecutivo che liberava oltre 850.000 immagini CORONA, in una delle più grandi operazioni di trasparenza della storia americana.

Questo primo slancio aprì la strada a un approccio innovativo: l’intelligence poteva essere una sentinella del clima, un alleato della scienza e della diplomazia globale.

Clima e sicurezza: ascesa e caduta di una priorità strategica

Gli anni Duemila segnarono un’evoluzione importante. Nel 1999, il National Intelligence Council (NIC) pubblicò la prima National Intelligence Estimate dedicata all’ambiente, analizzando il degrado ecologico della Russia post-sovietica. Successivamente, il rapporto Global Trends 2015 introdusse la questione climatica come variabile geopolitica, sottolineando i rischi legati alla scarsità d’acqua, alle migrazioni forzate e alle possibili guerre per le risorse.

Ma fu nel 2008 che la svolta divenne concreta: sotto la pressione del Congresso, il NIC produsse una Valutazione di Intelligence Nazionale (NIA) sugli “Impatti dei cambiamenti climatici fino al 2030”. Il documento, rimasto ancora oggi classificato, rappresenta il primo tentativo sistematico di collegare il riscaldamento globale alla sicurezza nazionale.

Durante l’amministrazione Obama, il clima entrò stabilmente nelle Valutazioni Annuali delle Minacce (ATA), con sezioni dedicate alla “Sicurezza Ambientale”. Tra il 2009 e il 2016, questi rapporti misero in guardia sui pericoli legati a eventi meteorologici estremi, alla sicurezza alimentare e alle vulnerabilità infrastrutturali degli Stati Uniti. Eppure, il linguaggio restava imprigionato nella formula del “moltiplicatore di minacce”, come se il clima fosse solo un acceleratore di crisi tradizionali, e non una minaccia autonoma.

La censura e il ritorno del silenzio

Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, il linguaggio dell’intelligence divenne più cauto. Le ATA del 2017, 2018 e 2019 riciclarono sezioni intere dai rapporti dell’era Obama, senza aggiornamenti sostanziali. Nel 2019, la Casa Bianca bloccò la testimonianza al Congresso di Rod Schoonover, un analista del Dipartimento di Stato, che aveva avvertito del rischio di “danni significativi, forse catastrofici” derivanti dal cambiamento climatico. Schoonover si dimise in segno di protesta, simbolo di un conflitto profondo tra scienza e politica.

Durante il mandato Biden, il clima tornò al centro delle analisi. La NIE del 2021 delineò per la prima volta un quadro organico delle sfide climatiche fino al 2040, ma fu criticata per la sua eccessiva prudenza. La ATA del 2023 introdusse persino il tema delle tensioni geopolitiche sui finanziamenti climatici, mentre quella del 2024 mise in guardia sugli effetti dirompenti degli eventi climatici estremi.

2025: la scomparsa del clima dalle minacce strategiche

Il ritorno di Trump alla Casa Bianca e la nomina di Tulsi Gabbard come Direttrice della National Intelligence segnarono una cesura netta. La Valutazione Annuale delle Minacce del 2025 omette ogni riferimento al clima come minaccia strategica, riducendo la questione a un passaggio marginale sull’Artico e il ghiaccio marino.

L’assenza non è casuale: già nei primi mesi del nuovo mandato, l’amministrazione ha cancellato database ambientali, eliminato riferimenti al riscaldamento globale dai siti governativi e ridimensionato la sezione FOIA sul sito dell’ODNI. Ex funzionari temono che l’intelligence stia rinunciando al compito di anticipare crisi sistemiche, subordinandosi a scelte politiche che privilegiano interessi a breve termine.

Un’analisi dei 45 documenti declassificati mostra una comunità di intelligence che, pur monitorando le conferenze internazionali sul clima come l’Accordo di Parigi, ha evitato di esaminare criticamente le politiche interne degli Stati Uniti e l’impatto delle proprie forze armate – notoriamente esentate dai principali trattati ambientali. Il risultato è un approccio “a silo”, focalizzato su singoli Stati o regioni, incapace di comprendere il cambiamento climatico come una minaccia trasversale e senza confini.

Tra scienza e politica: la sfida mancata

Il programma MEDEA aveva dimostrato che la tecnologia e l’intelligence potevano diventare alleati preziosi della comunità scientifica globale. Oggi, invece, la strategia americana sembra segnata da un paradosso: mentre la crisi climatica accelera, la principale potenza mondiale rimuove il tema dal proprio linguaggio strategico, lasciando la sicurezza nazionale vulnerabile di fronte a un nemico invisibile ma inesorabile.