Allarme rosso in Asia orientale e nel Pacifico. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef) ha reso noto che in queste regioni l’inquinamento è responsabile della morte quotidiana di oltre 100 bambini sotto i cinque anni di età. In termini annuali, si tratta di circa 38.000 vittime.
“Si tratta di bambini che non arrivano nemmeno al primo compleanno, di piccoli che lottano per respirare e di intere famiglie che affrontano un dolore inimmaginabile per la perdita dei propri cari”, ha spiegato Nick Rees, specialista dei cambiamenti climatici presso l’ufficio regionale dell’Unicef per l’Asia orientale e il Pacifico.
Il tema è stato trattato in dettaglio in un documento dell’Unicef intitolato “Growing up in the Haze” (Crescere nella foschia), secondo cui 325 milioni di bambini vivono in Paesi dove i livelli annuali di particolato fine (PM2,5) sono almeno cinque volte superiori alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), mentre altri 373 milioni sono esposti a livelli dannosi di biossido di azoto.
L’inquinamento atmosferico, soprannominato anche “killer silenzioso“, raggiunge i suoi picchi in molte aree dell’Asia-Pacifico durante la stagione secca, che va da ora fino ad aprile, ed è responsabile di quasi un decesso su quattro tra i bambini della regione. “L’aria che respirano, in un periodo in cui i loro corpi e le loro menti sono ancora in via di sviluppo, troppo spesso contiene livelli malsani di inquinamento che possono compromettere la loro crescita, danneggiare i loro polmoni e influire sul loro sviluppo cognitivo, privandoli della loro salute, del loro potenziale e del futuro luminoso che meritano”, ha aggiunto June Kunugi, direttore regionale dell’Unicef per l’Asia orientale e il Pacifico.
L’allarme dell’Unicef
L’analisi dell’Unicef ha messo in luce che ogni singolo bambino nell’Asia orientale e nel Pacifico – fino a 500 milioni di bambini in totale – vive in Paesi con livelli di inquinamento atmosferico insalubri. Il principale responsabile dell’inquinamento atmosferico domestico coincide con i combustibili solidi usati per cucinare e riscaldare, seguito dai gas di scarico dei veicoli, dalle industrie e dagli incendi agricoli.
A ciò si aggiungono le pesanti conseguenze economiche. Un recente rapporto della Banca Mondiale ha infatti rivelato che, nel 2019, il costo economico dell’inquinamento atmosferico nell’Asia-Pacifico è stato di 2,5 trilioni di dollari, pari al 9,3% del prodotto interno lordo della regione.
L’Unicef ha quindi esortato i Governi locali ad accelerare la transizione verso l’energia pulita, le scuole a installare purificatori d’aria e le aziende a ridurre le proprie emissioni. Un passo necessario, ma non scontato, almeno non in tutti i Paesi dell’area, visto che in molte nazioni in via di sviluppo la priorità è lo sviluppo economico, che porta a una crescita dei consumi e dell’inquinamento.
La piaga dell’inquinamento
L’esempio più recente? Da settimane Bangkok, la capitale della Thailandia, è soffocata da una cappa di aria tossica. A fine gennaio, l’inquinamento atmosferico ha costretto più di 350 scuole a chiudere. I danni sono stati parzialmente limitati per i più piccoli, ma il problema resta sempre presente, tanto che le autorità locali, per un breve periodo, hanno anche introdotto i trasporti pubblici gratuiti nel tentativo di ridurre i fumi di scarico nocivi in una città famosa per i suoi ingorghi.
Nonostante i progressi della Cina nelle energie rinnovabili, con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, il secondo Paese più popoloso dell’Asia, l’intero continente non riesce ancora a vincere la battaglia contro l’inquinamento. Oltre il 90% dei 2,5 miliardi di persone della regione respira infatti aria considerata non sicura dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). I dati in tempo reale forniti dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) hanno mostrato che, lo scorso agosto, in una tipica giornata estiva, oltre il 98% delle persone in Cina, Giappone, Laos, Corea del Sud e Vietnam ha respirato aria con livelli di PM2,5 superiori alle linee guida dell’Oms.