Sono state letteralmente settimane di fuoco in America Latina, dove la foresta amazzonica, uno dei più grandi polmoni verdi al mondo, è stata devastata da enormi incendi. Le fiamme in certi casi devono ancora essere domate e su centinaia di migliaia di ettari non si vede più una foglia verde. Insomma una catastrofe ecologica della quale l’unico colpevole sembra essere il presidente brasiliano Jair Bolsonaro. In ogni caso, a poco meno di 20mila chilometri di distanza dall’Amazzonia, è in corso un’emergenza ambientale simile a quella che ha colpito l’America Latina che tuttavia sembra non trovare spazio all’interno dell’opinione pubblica mondiale. Si tratta dei numerosi incendi che hanno trasformato in un inferno numerose zone di Malesia, Singapore e Indonesia. A subire le conseguenze peggiori è quest’ultimo paese, alle prese con fiamme indomabili nel Borneo e nell’isola di Sumatra, dove, come ha sottolineato l’Agi, sei provincie hanno dichiarato lo stato di emergenza e dove gli incendi hanno distrutto il Parco Nazionale Tesso Nilo, una riserva che ospitava animali in via di estinzione, come gli elefanti selvatici e gli oranghi di Sumatra. A poche migliaia di chilometri di distanza anche la Malesia ha a che fare con la piaga dei roghi accidentali, anche se le dimensioni degli incendi è ridotta rispetto a quelli scoppiati in Indonesia, mentre lo scintillante skyline di Singapore è offuscato dalla nube di foschia provocata dagli incendi limitrofi.

Situazione tragica

Proprio come in Brasile, la causa principale dei roghi è la mano umana. Nel tentativo di fare spazio a nuove piantagioni di palme da olio, numerosi agricoltori asiatici hanno appiccato incendi per fini meramente economici. Il problema è che la situazione è presto loro sfuggita di mano, provocando l’ennesima catastrofe ambientale cui deve far fronte il pianeta terra. L’incubo dell’Indonesia è spostare le lancette al 2015, quando le emissioni giornaliere di anidride carbonica, a causa degli incendi, superarono addirittura quelle prodotte dalle attività economiche degli Stati Uniti. Oggi il presidente indonesiano Joko Widodo, già accusato di essere responsabile della tragedia di quattro anni fa, sta lottando contro il tempo per mettere una pezza alle fiamme che stanno devastando il suo paese. Nel 2019, da gennaio ad agosto, gli incendi hanno incenerito quasi 400 mila ettari di zone verdi: lo ha riferito l’agenzia nazionale per i disastri, che ha inoltre indicato nelle regioni del Kalimantan, Riau, Jambi e Sumatra gli epicentri più gravi.

Un peso, due misure

Il centro meteorologico delle associazioni delle nazioni del sud-est asiatico ha registrato, a partire dallo scorso 14 settembre, 10 focolai situati negli stati malesi di Sabah e Sarawj ma ben 627 nel Kalimantan indonesiano. In Indonesia gli agricoltori locali approfittano della stagione secca che va da luglio a ottobre per ripulire le proprie piantagioni affidandosi alla tecnica del “taglia e brucia”, un espediente per occupare nuovi spazi eliminando fette di foresta appiccando incendi. Oltre al problema principale degli incendi, come sottolineato da Asia Times, c’è da fare i conti con l’aumento vertiginoso degli inquinanti presenti nell’aria, che in certi paesi hanno superato i livelli di guardia. E così mentre Jakarta ha mobilitato l’esercito per spegnere gli incendi a son di acqua, l’Europa, da lontano, lancia generici moniti su come sia pericoloso assistere a catastrofi simili. Ovviamente non essendoci un Bolsonaro o un politico tale da essere accomunato al leader brasiliano, l’Indonesia ha evitato minacce e ritorsioni della comunità internazionale.

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