Mentre il Pakistan si adoperava con efficacia a mediare tra Iran e Stati Uniti, il suo vicino-nemico rilanciava con insistenza una minaccia evocata nei mesi precedenti, con il ministro dell’acqua indiano che dichiarava: «Nei prossimi anni non una sola goccia d’acqua andrà al Pakistan». Un vero e proprio ultimatum quello di C. R. Patil, che rilanciava lo scontro con Islamabad su un terreno che per oltre sessant’anni era rimasto inviolato nelle varie crisi fra le due potenze armate di testate atomiche: quello delle risorse idriche, che nel contesto della rivalità tra le due nazioni hanno una valenza esplosiva, nucleare appunto.
Ma torniamo indietro di un anno, precisamente al 22 aprile 2025. Parliamo dell’attentato di Pahalgam — il più letale contro civili indiani dalla strage di Mumbai del 2008 —, attribuito dalle autorità indiane al Fronte di Resistenza (TRF), un gruppo militante islamico che sostiene l’indipendenza di Jammu e Kashmir, regioni a maggioranza musulmana (il 70% della popolazione). Le responsabilità dell’attacco, tuttavia, restano avvolte da diverse zone d’ombra. Se per Nuova Delhi il coinvolgimento del TRF, e i suoi presunti legami con il Pakistan, non lasciano spazio a dubbi, il gruppo ha successivamente smentito la rivendicazione iniziale, sostenendo che il proprio canale di comunicazione fosse stato compromesso. Smentita importante perché normalmente rivendicavano le proprie azioni.
L’attentato era arrivato in un contesto di tensioni in aumento. Nel 2019 il governo di Narendra Modi aveva revocato l’autonomia alle suddette regioni e intensificato la repressione dei movimenti separatisti locali, molti dei quali hanno le loro basi oltre frontiera, in Pakistan. Nuova Delhi aveva puntato subito il dito contro Islamabad per il presunto supporto ai terroristi — accusa che il Pakistan nega con fermezza — e, come ritorsione, si era ritirata unilateralmente dal Trattato sulle acque dell’Indo, decisione che sarà revocata solo se il Pakistan «ripudierà in modo credibile e irrevocabile il suo sostegno al terrorismo transfrontaliero». Come accennato, tanti i dubbi sullo svolgimento dei fatti. Come osserva la rivista progressista indiana Frontline, a destare perplessità è soprattutto la rapidità con cui l’attentato è stato collegato a Islamabad. Ma la reazione di Modi è stato durissima: «Acqua e sangue non possono scorrere insieme».
La sospensione dell’accordo segna una svolta storica. Per 65 anni il trattato ha rappresentato un’eccezione diplomatica in un rapporto più che conflittuale, sopravvivendo alle guerre del 1965, del 1971 e del 1999, oltre che alle crisi ricorrenti fra le due potenze nucleari. Uno strappo, quello di Nuova Delhi, che ha implicazioni potenzialmente catastrofiche. In base all’accordo del 1960, le acque dell’Indo, del Chenab e del Jhelum, che dall’India scorrono verso il Pakistan, sono destinate in larga misura a Islamabad e rappresentano la spina dorsale del suo sistema agricolo: irrigano oltre 16 milioni di ettari di terreno, l’80% del totale nazionale. Una dipendenza tale che eventuali riduzioni prolungate dei flussi potrebbero mettere a rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone.
Le minacce di Nuova Dehli
Da un anno a questa parte, la questione dell’acqua rimane uno dei principali terreni di scontro fra i due Paesi e le loro relazioni sono precipitate a uno dei punti più bassi della loro travagliata storia. Finora, la sospensione dell’accordo non ha prodotto conseguenze immediate sui flussi dei grandi fiumi himalayani. Ridurre in modo significativo l’acqua destinata al Pakistan richiederebbe infatti anni di lavori infrastrutturali, dall’ampliamento dei bacini esistenti alla costruzione di nuovi sistemi di stoccaggio e deviazione.
Ma le minacce di Nuova Delhi hanno iniziato a prendere forma. Nel corso dell’ultimo anno il governo Modi ha accelerato una serie di iniziative sui fiumi del sistema dell’Indo: dall’espansione di alcuni impianti idroelettrici già esistenti ai nuovi progetti sul Chenab, fino ai piani per deviare parte delle acque verso il bacino del Beas. Secondo Islamabad, Nuova Delhi avrebbe già elaborato 17 progetti destinati a modificare l’equilibrio del sistema fluviale e a dotarsi degli strumenti di una «idro-egemonia». È anche per questo che il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha avvertito che qualsiasi tentativo di alterare il flusso dei corsi d’acqua condivisi potrebbe essere considerato un «atto di guerra». Parole che testimoniano quanto la disputa idrica sia ormai uscita dall’ambito tecnico per entrare a pieno titolo nel lessico della sicurezza nazionale.
A rendere ancora più delicato il quadro è l’assenza di un meccanismo condiviso per risolvere le controversie. Da anni India e Pakistan si scontrano sugli strumenti arbitrali previsti dal trattato. Nuova Delhi non riconosce la competenza della Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia, definita dal portavoce del Ministero degli Affari Esteri indiano un organo «costituito illegalmente». Dopo la sospensione dell’accordo, anche gli ultimi argini istituzionali alla disputa appaiono ormai erosi, se non del tutto sterilizzati.
Sullo sfondo resta però un’altra preoccupazione per Islamabad. Come osserva l’ex rappresentante pakistana alle Nazioni Unite Maleeha Lodhi su Dawn, la crisi dell’acqua s’inserisce in un contesto di crescente rivalità strategica. Quest’anno il governo Modi ha portato il bilancio della difesa a livelli record e accelerato diversi programmi missilistici. Mosse che, viste dal Pakistan, alimentano la percezione di un progressivo sbilanciamento dei rapporti di forza nell’Asia meridionale. Per il momento, nessuno dei due governi sembra interessato a una vera distensione. Il dialogo resta congelato e la fase del «né guerra né pace» rischia di diventare il nuovo equilibrio fra Nuova Delhi e Islamabad.