La proposta cinese di costruire la diga più grande del mondo nella regione del Tibet ha scatenato polemiche e uno scontro diplomatico e politico tra Pechino e l’India. A fine dicembre la Repubblica Popolare ha annunciato, infatti, di aver concluso i piani operativi per la costruzione di una grande diga idroelettrica sul fiume Yarlung Tsangpo, che attraversa il Tibet e, soprattutto, è il tratto originario di quello che India è chiamato Brahmaputra, fiume che scorre verso Sud garantendo fertilità alle pianure indiane e rifornimenti idrici a decine di milioni di persone.
Per la precisione, la Cina intende costruire la diga nel gigantesco canyon che lo Yarlung Tsangpo scava per quasi 505 chilometri, risultando più lungo del Grand Canyon statunitense, scendendo da quota 2.900 metri sul livello del mare a quota 660 al confine con l’India in un territorio che vede la gola circondata dalle vette himalayane di monti come il Namcha Barwa (7.782 metri sul livello del mare). La prospettiva di veder una così rapida discesa del fiume, che peraltro lungo l’intero corso, alimentandosi con scioglimento dei ghiacciai e monsoni, ha una portata paragonabile a quella di pochi altri corsi della Terra (Rio delle Amazzoni e Congo essenzialmente) ha attirato l’attenzione del Governo di Pechino, che mira a sfruttare le condizioni favorevoli per un’enorme opera infrastrutturale.
Un mega-progetto senza paragoni al mondo
Come riporta il portale Ev Wind, “si prevede che il progetto genererà 300 miliardi di kilowattora (kWh) di energia all’anno, ovvero tre volte di più della diga più grande del mondo, la diga delle Tre Gole, sempre in Cina, con una capacità di 88,2 miliardi di kWh” e che “Pechino investirà più di mille miliardi di yuan (137 miliardi di dollari) per la nuova diga, rendendola di gran lunga il più grande progetto infrastrutturale al mondo”.
Un progetto tanto importante ha visto l’India schierarsi in forma critica per il fatto che si teme un’attività di Pechino per condizionare la gestione delle risorse idriche sul fiume himalayano che scorre verso l’Oceano Indiano, creando una possibile arma di ricatto della Repubblica Popolare contro il suo vicino meridionale. “Milioni di residenti che vivono lungo i fiumi sono a serio rischio di gravi inondazioni causate da cedimenti delle dighe o da una cattiva gestione delle acque”, nota Ofcs Report, aggiungendo che Nuova Delhi ritiene la strategia cinese finalizzata a egemonizzare, di fatto, le acque dell’altopiano tibetano che “fornisce risorse di acqua dolce a oltre due miliardi di persone: il 30 percento della popolazione mondiale. Per questo motivo, è anche noto come “Terzo Polo” in quanto ospita la più grande massa di ghiaccio al di fuori dell’Antartide, dell’Artico e di altre regioni polari”.
In risposta, ricorda il Financial Times, “l’India sta inoltre progettando di costruire quella che sarebbe la diga più grande del subcontinente, il Siang Upper Multipurpose Project”, un progetto che mirerebbe a contenere i rischi d’inondazione nello Stato dell’Arunacal Pradesh.
Il precedente della Diga delle Tre Gole
Ci vorrà tempo e servirà programmazione per capire se e quando la diga prenderà forma. Del resto, la Cina deve tener conto delle necessità e dei tempi tecnici necessari a mettere a terra le risorse necessarie per produrre un’autentica megastruttura ingegneristica che non avrebbe paragoni, nel settore delle dighe, nella storia umana. Inoltre, gli impatti sull’ecosistema e le popolazioni locali sono tutti da dimostrare. In Cina l’esempio della Diga delle Tre Gole sul fiume Yangtze ricorda quanto impattante possa essere una megastruttura di gestione di un fiume.

La Diga delle Tre Gole, che da solo fornisce il 3% dell’elettricità della Cina, fu costruita con l’evacuazione di 1,4 milioni di persone e la sommersione di 116 località tra fine Anni Novanta e gli Anni Duemila. Enormi e incalcolabili anche gli impatti sulla pesca e l’ecosistema fluviale, con i naturalisti che collegano alla costruzione della diga l’estinzione definitiva del lipote, il delfino fluviale dello Yangtze. Per il Tibet, un’analoga manovra avrebbe anche un preciso fine: consolidare la sinizzazione di una regione un tempo periferica e non integrata ma che, con le mega-strutture e il dirigismo centrale, si blinda e vincola a Pechino. La Cina punta fortemente sul grande progetto della diga del Yarlung Tsangpo e non è da escludere che, come succede in aree come l’Etiopia con la “diga della discordia” sul Nilo contestata da Egitto e Sudan, esso possa finire al centro di un’ampia diatriba geopolitica in futuro.

