L’Organizzazione marittima internazionale (IMO), agenzia delle Nazioni Unite responsabile della regolamentazione del trasporto marittimo mondiale, ha deciso di rinviare di un anno la votazione sulla proposta di introdurre una tassa globale sul carbonio per il settore navale. L’iniziativa, considerata da molti un passo cruciale verso la decarbonizzazione dei trasporti, avrebbe rappresentato la prima tassa internazionale al mondo sulle emissioni di CO₂ applicata a un intero comparto industriale.
La mozione di rinvio, presentata dall’Arabia Saudita e sostenuta da Singapore, è stata approvata con 57 voti favorevoli e 49 contrari, dopo quattro giorni di negoziati intensi presso la sede londinese dell’IMO. L’Unione Europea – insieme al Brasile e a un gruppo di piccoli Stati insulari del Pacifico – aveva invece insistito per adottare subito un meccanismo di prezzo, ritenuto essenziale per rispettare l’obiettivo di neutralità climatica entro la metà del secolo.
La decisione sarebbe arrivata dopo un confronto acceso tra i Paesi esportatori di energia e quelli più vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico: secondo le stesse fonti, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita avrebbero espresso forti riserve sulla misura, ritenendola eccessivamente penalizzante per le economie dipendenti dal commercio via mare e per i produttori di combustibili fossili.
Diversi esperti citati da Reuters sottolineano come il rinvio costituisca un serio ostacolo agli sforzi internazionali per regolamentare le emissioni del settore marittimo, che attualmente contribuisce per circa il 3% al totale mondiale di anidride carbonica. Circa il 90% del commercio globale, infatti, avviene via mare, rendendo la navigazione una delle industrie più difficili da decarbonizzare.
La strategia di Washington
L’amministrazione Trump avrebbe intrapreso una campagna diplomatica aggressiva per scoraggiare l’approvazione della tassa: gli USA avrebbero difatti comunicato ai propri alleati di ritenere la misura una “tassa globale non legittimata democraticamente”, esprimendo timori per un possibile impatto negativo sui costi delle spedizioni e sulle catene di approvvigionamento internazionali.
Come emerge da CNN, il Dipartimento di Stato statunitense avrebbe avvertito i Paesi membri dell’IMO che, in caso di voto favorevole, Washington avrebbe potuto valutare l’introduzione di restrizioni sui visti, aumenti dei dazi doganali o addirittura sanzioni economiche.
Le stesse fonti hanno indicato che l’amministrazione americana considerava la tassa una “minaccia diretta” alla competitività dei propri esportatori di idrocarburi, specialmente in un contesto di crescente concorrenza asiatica. Washington avrebbe inoltre espresso l’intenzione di rafforzare la propria influenza nei consessi internazionali in materia di commercio e trasporti, proponendo modelli alternativi di riduzione delle emissioni basati su tecnologie a basso impatto piuttosto che su strumenti fiscali globali.
Inoltre, la pressione statunitense avrebbe avuto un effetto determinante sull’esito dei negoziati: diversi Paesi europei e asiatici – come Cina, Grecia, Cipro, Giappone e Corea del Sud – inizialmente favorevoli all’approvazione immediata della tassa, avrebbero ridimensionato la propria posizione in seguito alle minacce di ritorsioni economiche, preferendo votare a favore del rinvio per mantenere aperti i canali diplomatici con gli USA.
Impatti sull’industria marittima
La decisione dell’IMO ha sollevato notevoli preoccupazioni nel mondo industriale e tra gli osservatori climatici: la Camera Internazionale della Navigazione, che rappresenta oltre l’80% della flotta mondiale, ha fatto sapere che il rinvio alimenta l’incertezza normativa e rischia di scoraggiare gli investimenti in tecnologie più pulite.
L’assenza di un meccanismo di prezzo sul carbonio rischia di rallentare i progetti di innovazione già avviati da diverse compagnie di navigazione, che avevano pianificato di sostituire progressivamente le flotte alimentate a olio combustibile. Le compagnie più avanzate in questo processo, localizzate principalmente in Europa e Asia, temono ora di perdere competitività rispetto ai vettori che continueranno a operare con carburanti tradizionali più economici.
Le misure discusse all’IMO prevedevano anche l’istituzione di un fondo globale per il clima marittimo, destinato a raccogliere risorse dalle imposte sulle emissioni per finanziare la ricerca e lo sviluppo di tecnologie a basse emissioni nei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, con il rinvio, l’avvio operativo del fondo slitta di almeno un anno, ritardando di fatto l’intero processo di decarbonizzazione del comparto.
Il futuro della governance marittima: cosa cambia
Il rinvio della tassa sul carbonio arriva in un momento delicato per la diplomazia climatica internazionale, a poche settimane dall’apertura della COP30 a Belém: l’atteggiamento statunitense, infatti, riflette un approccio strategico in cui la politica climatica diventa parte integrante delle relazioni economiche e commerciali globali.
Il segretario generale dell’IMO, Arsenio Dominguez, ha invitato gli Stati membri a non interpretare la decisione come una sconfitta definitiva, ma come una pausa di riflessione necessaria per bilanciare meglio gli obiettivi ambientali con le esigenze economiche dei Paesi in via di sviluppo, ma l’assenza di una decisione immediata rischia di rallentare l’intero processo di riforma del settore marittimo, compromettendo la possibilità di raggiungere le emissioni nette zero entro il 2050.
Mentre gli Stati Uniti e i produttori di petrolio cercano di difendere la propria posizione nei mercati energetici, l’Unione Europea e gli Stati insulari vulnerabili al cambiamento climatico si trovano a dover ricalibrare la propria strategia diplomatica per non perdere slancio nella transizione verde.
Il rischio è che il rinvio possa avere un effetto domino anche su altri tavoli di negoziazione internazionale, rallentando l’adozione di strumenti finanziari simili in altri settori ad alta intensità emissiva. Senza un accordo globale, il trasporto marittimo rischia di restare uno dei comparti più difficili da decarbonizzare, con conseguenze dirette sull’equilibrio climatico del pianeta e sulla credibilità dell’intera governance ambientale internazionale.

