Dopo oltre vent’anni di negoziati e battaglie diplomatiche, il cosiddetto Trattato ONU sull’Alto Mare ha finalmente raggiunto la soglia delle 60 ratifiche necessarie per entrare in vigore. A renderlo possibile sono state le firme decisive di Marocco e Sierra Leone, depositate a settembre 2025 insieme a quelle di Sri Lanka e Saint Vincent e Grenadine.
Si tratta di una conquista che apre una fase determinante: il patto, formalmente noto come Accordo sulla conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica marina delle aree oltre la giurisdizione nazionale (BBNJ), diventerà giuridicamente vincolante a partire dal 17 gennaio 2026. Per la prima volta nella storia, la comunità internazionale avrà uno strumento legalmente riconosciuto per proteggere le aree di mare aperto al di là delle giurisdizioni nazionali, che costituiscono circa due terzi degli oceani del pianeta. Si tratta di zone finora poco regolate, ma vitali per la biodiversità globale, oggi minacciata da pesca intensiva, traffico navale, inquinamento ed estrazione mineraria.
Le Nazioni Unite sottolineano che solo il 10% degli oceani risulta attualmente protetto: l’obiettivo del trattato è portare questa soglia al 30% entro il 2030, in linea con il Global Biodiversity Framework di Kunming-Montreal. Non si tratta soltanto di un impegno ecologico, ma di una svolta politica che mette al centro il multilateralismo e la cooperazione scientifica. Come ha voluto ricordare Antonio Guterres: “la salute dell’oceano è la salute dell’umanità”.
Le sfide della governance globale
Il segretario generale dell’ONU ha difatti salutato la ratifica come un “trionfo del multilateralismo”, un concetto che riassume bene la natura di questo accordo: per quasi due decenni i negoziati si sono arenati sulle divergenze tra Stati industrializzati e Paesi in via di sviluppo, divisi soprattutto sulla gestione e sulla ripartizione dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine. Il compromesso raggiunto nel 2023 ha finalmente permesso di superare lo stallo.
Il Trattato prevede infatti strumenti per garantire maggiore equità: accesso condiviso alle conoscenze scientifiche, trasferimento di tecnologie e una più giusta distribuzione dei benefici economici. Per i Paesi insulari e le nazioni costiere in via di sviluppo, la firma del trattato rappresenta un’occasione storica di riequilibrio, come ha ricordato l’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari, definendo l’accordo “un’eredità per le future generazioni”.
Il documento introduce anche obblighi di valutazione d’impatto ambientale per le attività pianificate in alto mare, imponendo controlli che fino a oggi mancavano del tutto. Rebecca Hubbard, direttrice dell’Alleanza dei Mari Alti, ha sottolineato che “questo momento storico non è il traguardo, ma il punto di partenza”. Il passo successivo sarà la convocazione della prima Conferenza delle Parti sulla tutela degli oceani entro la fine del 2026, chiamata a definire regole operative, creare nuove aree protette e rafforzare le istituzioni permanenti del trattato.
Ai sensi dell’accordo, i governi e le parti interessate stanno già elaborando proposte per le prime aree marine protette in alto mare che potrebbero diventare siti simbolo della nuova governance globale, momento che risulterà decisivo per testare la reale efficacia dell’accordo.
Il Trattato e l’emergenza ambientale
Il Trattato si inserisce in un contesto di grave emergenza ambientale: gli oceani, che coprono oltre il 70% della superficie terrestre, sono sottoposti a pressioni che aumentano di giorno in giorno. L’acidificazione delle acque causata dall’aumento delle emissioni di CO₂, la pesca industriale non regolamentata, l’inquinamento da plastica e il crescente interesse per il deep sea mining minacciano ecosistemi ancora poco conosciuti ma fondamentali per l’equilibrio del pianeta.
Dalle dorsali oceaniche alle zone di upwelling, fino ai banchi di corallo in acque profonde, molte aree ospitano una biodiversità unica e risorse genetiche di valore incalcolabile per la ricerca medica e biotecnologica. Senza regole condivise, queste risorse rischiano di essere sfruttate in modo indiscriminato da pochi attori, a scapito della collettività globale. Con l’entrata in vigore del Trattato, sarà finalmente possibile istituire aree marine protette in acque internazionali, vietando attività dannose e imponendo valutazioni scientifiche preventive.
Alcuni siti prioritari sono già stati individuati e per molti scienziati si tratta di veri e propri “polmoni blu” essenziali per la salute del pianeta. Inoltre, senza interventi rapidi – avvertono gli esperti – il rischio è quello di perdere specie ancora sconosciute e compromettere ulteriormente la capacità degli oceani di assorbire carbonio e regolare il clima. In questo senso, il Trattato sull’Alto Mare non è solo un accordo di conservazione: è una condizione imprescindibile per la sicurezza ambientale e climatica dell’intero globo terrestre.
Le prospettive e i temi ancora irrisolti
Nonostante l’entusiasmo per il raggiungimento delle 60 ratifiche, restano numerose incognite sul futuro del trattato. Innanzitutto, manca ancora la firma di diversi attori chiave: tra questi l’Italia, che ha avviato l’iter di ratifica ma non lo ha ancora completato, trovandosi al momento ancora in fase di consultazione.
Anche altri Paesi con importanti flotte pescherecce e interessi minerari stanno ritardando l’adesione, sollevando dubbi sulla piena efficacia dell’accordo. Inoltre, tradurre i principi in pratica richiederà risorse finanziarie considerevoli, meccanismi di monitoraggio robusti e una reale volontà politica di rinunciare a parte della libertà di sfruttamento economico delle acque internazionali. Il Trattato prevede la creazione di istituzioni dedicate e di un sistema di governance internazionale, ma la loro efficienza dipenderà dall’impegno degli Stati e dalla capacità di cooperare su basi paritarie.
Le prossime conferenze delle parti dovranno affrontare questioni delicate, come i criteri per definire le aree protette, la condivisione dei dati scientifici e la gestione delle risorse genetiche marine. Intanto, 142 Paesi più l’Unione Europea hanno già firmato il testo, segnalando l’intenzione di ratificarlo. Secondo gli esperti, la vera forza dell’accordo dipenderà dal raggiungimento della partecipazione universale: solo così potrà diventare un pilastro della governance globale degli oceani. Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’UNEP, ha ricordato che “proteggere l’oceano significa proteggere la nostra stessa esistenza”. È un monito che racchiude il senso di questa sfida, in cui la posta in gioco è la sopravvivenza degli ecosistemi marini e il futuro delle prossime generazioni.

