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Quando si pensa all’acqua spesso si ha l’idea di una risorsa non solo primaria ma anche perennemente disponibile. Le riserve di petrolio, si sa, prima o poi finiranno. Difficile immaginare l’esaurimento di quello che viene definito da anni come “oro azzurro”. Del resto l’acqua occupa il 71% della superficie terrestre, la disponibilità non appare certo destinata a scomparire. In realtà così non è. Anche per il bene più prezioso, al pari delle altre risorse, è possibile fare dei discorsi relativi ai limiti quantitativi. L’acqua cioè non è per tutti. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, 1.5 miliardi di persone non ne hanno accesso. Una cifra enorme e molto lontana purtroppo dall’essere ridimensionata.

L’acqua come risorsa ha diversi scopi. Non serve solo come elemento essenziale alla sopravvivenza di un individuo. L’oro azzurro è presente in molti ambiti della vita economica di un determinato territorio. Senza riserve idriche non è possibile avviare investimenti in agricoltura o potenziare altri strategici settori. L’acqua è quindi fondamentale su molti fronti. Ma la sua distribuzione è ineguale e iniqua. Anche in questo caso dunque, in previsione futura, la parola d’ordine è sostenibilità.

Diversamente, il rischio è vedere conflitti e tensioni tra Paesi per l’accaparramento delle risorse idriche, al pari per come avviene per il petrolio e il gas. Specie se proseguirà il trend che vede la quantità di acqua potabile disponibile per persona nel mondo diminuire anno dopo anno, a ritmi impressionanti. Nel momento in cui questa risorsa essenziale dovesse cominciare a mancare, la situazione potrebbe degenerare. Non è un caso se in molti paesi sono in atto tentativi di privatizzare l’accesso all’acqua potabile (permettere a soggetti privati di utilizzare a fini di lucro una risorsa così importante potrebbe avere gravi conseguenze).

L’importanza geopolitica dell’acqua

L’oro azzurro non lo sta scoprendo certamente la società del XXI secolo. Tutte le grandi civiltà sono nate grazie alla presenza di bacini idrici importanti. Gli antichi egizi veneravano il Nilo e lo consideravano non a caso il fiume sacro. Grazie alle sue inondazioni i faraoni potevano alimentare le economie dei loro territori e sviluppare i loro imperi. Oggi la situazione non è così diversa. La più grave tensione ricollegabile all’accaparramento di risorse idriche la si ha proprio a riguardo delle acque del Nilo. L’Etiopia alcuni anni fa ha avviato la costruzione di una grande diga lungo il corso del Nilo Azzurro. L’obiettivo è creare un grande bacino idrico in grado di alimentare l’economia del Paese africano.

Se per gli etiopi il progetto, quasi interamente concluso con la costruzione dell’imponente opera da parte dell’italiana Salini-Impregilo, ha preso il nome di “rinascita”, per gli egiziani al contrario costituisce una tragedia. Secondo Il Cairo la portata d’acqua verso l’Egitto a causa della diga etiope potrebbe scendere sotto i 50 miliardi di metri cubi all’anno. Attualmente, anche in base ad accordi con il Sudan del 1959, la portata è stimata sui 55.5 miliardi di metri cubi. L’Egitto oggi come in epoca antica vive attorno al Nilo. Si stima che il 95% della popolazione abiti lungo le sponde del fiume. Se la portata dovesse diminuire, il Paese nordafricano ne risentirebbe parecchio. Questo esempio basta per comprendere come attorno all’acqua, anche e soprattutto nel XXI secolo, si concentreranno molti interessi economici e politici, ma anche fasce di tensione come quella tra Cina e India per il controllo delle sorgenti del Brahmpautra, il braccio di ferro idrico tra Tajikistan e Kirghizistan, l’annosa questione del Lago Ciad in Africa occidentale permettono di capire il problema nella sua interezza

Una strategia europea per l’acqua col Recovery Fund?

A suo modo anche il Vecchio Continente non può fare a meno di sviluppare una strategia per la gestione delle risorse idriche. Privo di bacini paragonabili in dimensioni a quelli del Nilo, del Rio delle Amazzoni, del Congo o dell’Amur e di laghi confrontabili con il Vittoria, il Michigan, il Bajkal, il continente europeo ha però al suo interno alcuni bacini idrografici circondati dalla più elevata concentrazione di interessi demografici ed economici al mondo. Vie d’acqua cariche di storia attorno a cui si snoda una fitta eterogeneità territoriale che porta l’acqua ad essere tuttora un asset fondamentale per il mondo industriale, energetico e, ça va sans dire, agricolo.

Su cosa si basano le proposte di innovazione in campo idrico che gli investimenti del Recovery Fund possono veicolare? Innanzitutto sull’efficienza delle reti di distribuzione dell’oro azzurro ai consumatori finali. Principale “porta” del consumo idrico che spesso lascia spazi a buchi su cui si possono insinuare sprechi e perdite rischiose. In secondo luogo, sull’efficientamento dei sistemi di irrigazione per rafforzare la produttività agricola e la sicurezza alimentare europea. In terzo luogo, per la costituzione di un sistema resiliente di economia circolare focalizzato soprattutto sulla gestione di acque reflue, impianti di distribuzione urbana, falde.

Vi è poi la componente infrastrutturale e tecnologica che le recenti alluvioni in Germania hanno reso ancora più saliente: opere di contenimento dei corsi d’acqua per evitare inondazioni e allagamenti uniti a sensori ad alta tecnologia per il loro monitoraggio rappresentano un fattore importante per il controllo dei bacini idrici.

Insomma, l’Europa fortunatamente non deve vivere problemi paragonabili a quelli di altre regioni per la contesa per le risorse idriche ma può fare, come in altri ambiti, dell’efficienza un driver di sviluppo e riduzione di costi economici ed esternalità ambientali. Inserendo l’acqua nella corsa alla trasformazione in potenza della sostenibilità. Un obiettivo cui anche l’Italia deve puntare. Nel nostro Paese, nota The Daily Cases, bisognerà in particolare puntare sulla sicurezza dell’infrastruttura di distribuzione: “la vulnerabilità della rete deve preoccupare, poiché la manomissione o l’utilizzo improprio del sistema potrebbe pregiudicare la regolare erogazione d’acqua a 60 milioni di cittadini. In questo scenario potrebbero destare preoccupazione la gestione delle fonti d’acqua e la vulnerabilità delle tecnologie in campo”. In un contesto che vede circa il 60% della rete idrica nazionale tendenzialmente obsoleta e vecchia più di 30 anni e una conduttura su quattro superare il mezzo secolo, il 47,6% dell’acqua prelevata per uso potabile viene dispersa, per lo più durante il suo percorso attraverso i vecchi acquedotti che causano il 42% delle perdite totali. Invertire questo trend è vitale per l’economia nazionale e la sicurezza idrica del Paese. Un fattore che, nell’era globale, è fondamentale, data la trasformazione dell’acqua in oggetto di competizione geopolitica e stategica.