Nell’anno della pandemia, nel marasma delle cattive notizie generate dal Covid, è sfuggito a molti un rapporto che invece in chiave futura sembra far presagire una tendenza positiva. Secondo un documento pubblicato dalla Fao, il Global forest resources assessment, nell’ultimo quinquennio la deforestazione ha subito un rallentamento. I numeri parlano chiaro: dal 2015 ad oggi sono stati convertiti ad altri usi dieci milioni di ettari di foreste, in confronto ai dodici dei decenni precedenti. Per l’Europa i dati riservano considerazioni ancora più positive: nel Vecchio Continente, accusato di essere il più grande inquinatore al mondo, la superficie boschiva è addirittura aumentata. In Italia nell’ultimo lustro abbiamo guadagnato 270mila ettari di foreste, un incremento pari al 2.9%.

Occorre però sottolineare un punto: non sempre l’aumento di ettari in verde corrisponde a una precisa pianificazione. Enrico Pompei, dirigente del ministero delle politiche agricole, sul Il Sole 24 Ore ha sottolineato infatti che spesso i boschi avanzano lì dove sorge l’abbandono. In un’Italia sempre meno impiegata negli anni nel settore primario, molti terreni rimasti incolti diventano delle foreste. Territorio di vegetazione spontanea dunque, da tornare a curare per evitare altri non graditi effetti collaterali, in primis gli incendi. Ma il fatto è che mai come adesso, partendo dagli anni della rivoluzione industriale, in Europa abbiamo avuto così tante foreste. Un segnale da cogliere al volo nell’ottica di uno sfruttamento sostenibile del territorio.

Un esempio virtuoso: la città di Brescia

Nell’ottica della trasformazione urbana verso spazi cittadini più sostenibili e al servizio dell’uomo diverse amministrazioni hanno da tempo impostato un percorso che ha prodotto vere e proprie micro-foreste urbane per garantire più “respiro” agli spazi, nuovi luoghi di socialità o il recupero alla collettività di luoghi colpiti dall’abbandono di attività economiche o dall’incuria. In ossequio al principio teorizzato dal Nobel per l’Economia Elinor Ostrom secondo cui la creazione di beni collettivi in grado di alzare la qualità della vita funga per sua stessa natura da collante tra le comunità.

Un esempio virtuoso in Italia è rappresentato dalla città di Brescia, che negli ultimi anni ha impostato una strategia di incremento del verde urbano tale da renderla paragonabile a una vera e propria “riforestazione”. Al 2018, nella Leonessa d’Italia i dati segnalavano la presenza di aree verdi per una dimensione complessiva circa 4,76 milioni di metri quadrati. In città ci sono 3,2 milioni di metri quadrati di parchi e giardini; 260mila mq di aree verdi scolastiche; 333mila di verde cimiteriale; 460mila mq di cave rinaturalizzate; 90mila mq di boschi; oltre 125mila alberi (per un rapporto di 64 alberi per 100 abitanti). Il sindaco Emilio Del Bono ha presenziato al Forum Mondiale sulle Foreste Urbane promosso dalla Fao tenutosi a Mantova nel novembre 2018 e rivendicato la riconquista di spazi urbani come il Parco delle Cave da oltre un milione di metri quadrati sito a sud della città, il Parco delle Colline, presidio di biodiversità che avvolge la porzione settentrionale della città e la tutela dell’ecosistema dei colli Maddalena e Cidneo interni al comune di Brescia,  parte del Parco Locale di interesse sovracomunale delle Colline di Brescia (44.000.000 mq).

La “madre di tutte le battaglie” per Brescia e la sua giunta sarà la bonifica completa del Sito di interesse nazionale Brescia-Caffaro, l’area un tempo dedito ad attività agricole e produttive inquinata dall’omonima fabbrica con il rilascio dei velenosi policlorobifenili (Pcb) nel terreno nel corso del Novecento. Venti dei cento ettari in questione, per complessivi 200mila metri quadri, sono oggetto di un progetto che mira alla creazione di un nuovo bosco urbano. “La zona individuata (che andrebbe a caratterizzarsi con l’avvento di specie di piante autoctone) è quella situata più a nord, dove la contaminazione è maggiore”, ha scritto recentemente il Giornale di Brescia. Per farlo, gli enti dovrebbero intavolare le trattative con i proprietari di quei campi. Il conto varierebbe da 100mila euro a un milione, ma servirebbe un contributo regionale: la prospettiva, infatti, guarderebbe a un piano di sviluppo rurale dal 2021-22 al 2027-28″.

L’Italia può puntare sulle foreste

Nella primavera 2021 anche il comune di Torino ha seguito l’esempio di Brescia, avviando un progetto sistemico assieme a Rina, una società multinazionale di ispezione, certificazione e consulenza ingegneristica, e Arbolia, no profit frutto della joint venture di Snam e Fondazione Cdp attiva nella forestazione urbana, per la plantumazione di un bosco di oltre 2.100 piante nel Parco Sangone, quartiere Mirafiori Sud.

In Italia la crescita delle foreste urbane è stata anche incentivata a mezzo di finanziamenti pubblici. Nell’ottobre 2020 il ministro dell’Ambiente del governo Conte II, Sergio Costa, ha annunciato uno stanziamento da 30 milioni di euro nel biennio 2020-2021 per la progettazione degli interventi di riforestazione urbana. Al contempo, a livello aggregato la crescita delle foreste in generale offre opportunità per impostare una politica più bilanciata di approvvigionamento del legno, materiale sempre più strategico per la nostra manifattura, attraverso lo sfruttamento sostenibile delle nuove foreste extraurbane.

Come ricordato su Il Giornale, questo può essere fondamentale anche e soprattutto per il motore economico d’Italia, la Lombardia, che sul mondo del legno presenta importanti distretti come quello del mobile con sede in Brianza. Lombardia che è “la terza regione italiana per superficie forestale con quasi 620mila ettari che ricoprono il 26% del territorio regionale (il 2% di quello nazionale) e hanno registrato un incremento di superficie del 2,1% negli ultimi dieci anni. Le aree forestali sono concentrate nelle province di Brescia (28%), Sondrio (20%), Bergamo (18%) e Como (10%)”. Circa il 6% di questo patrimonio boschivo (38mila ettari) è oggi certificato per lo sfruttamento sostenibile a fini di rifornimento di legname. Un esempio virtuoso di spazi di collaborazione tra sostenibilità e crescita economica in un territorio dalla forte vocazione produttiva.

La foresta artificiale in Qatar

In ambito globale cattivi presagi invece arrivano dai continenti immersi nel fenomeno della crescita delle megalopoli. Asia e Africa in primis. Qui la popolazione urbana è in aumento da anni e nel report della Fao viene segnalato un indietreggiamento della superficie verde. Un fenomeno che preoccupa anche in relazione al sud America, lì dove il “polmone” dell’Amazzonia da anni è preda di disboscamenti e razzie di ogni tipo. L’urbanizzazione crescente in questi continenti è figlia soprattutto di una maggiore industrializzazione in diversi Paesi e di un aumento della richiesta di abitazioni in città. Difficile dunque prevedere, nel breve termine, un’inversione di tendenza.

Dall’Asia però sono arrivate anche delle importanti sperimentazioni. In Qatar ad esempio, si sta procedendo alla costruzione della più grande foresta artificiale. Dal 2016, nel cuore del deserto del piccolo emirato, sono in corso le opere di piantumazione di 950mila alberi. La località è quella di Umm Salal Mohammed, a circa 50 km dalla capitale Doha. Dopo anni in cui qui, così come nelle altre petromonarchie, la sfida principale è stata rappresentata dal far avanzare le città al posto del deserto, adesso invece si è iniziato a pensare al verde. Il Qatar del resto ha uno dei climi più torridi al mondo e la natura del suo territorio arido di certo non aiuta. Per questo il locale governo, nell’ambito del progetto Vision 2030, ha deciso di creare ex novo uno spazio verde, con tanto di laghetti e isolotti artificiali. Gulf Times ha definito l’opera come “unica nel suo genere”. Per il momento è vero, ma i progetti di nuove foreste artificiali potrebbero presto prendere piede anche in altre parti dell’Asia.

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