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Il governo tedesco è giunto, dopo lunghe trattative tra i partner della Grande Coalizione, alla formulazione di un ambizioso piano di lotta al cambiamento climatico. Un totale di 54 miliardi di euro, che saliranno a 100 per il 2030, saranno stanziati entro il 2023 per implementare questo pacchetto di misure, il cui obiettivo finale è quello di tagliare del 38 per cento le emissioni di gas serra entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005.

Questa meta dovrebbe essere raggiunta, nelle intenzioni dei legislatori, con diverse strategie: l’introduzione di tariffe per l’emissione di Co2, nei settori del trasporto e dell’edilizia, il cui prezzo passerà da 10 euro per tonnellata di Co2 nel 2021 a 35 euro nel 2025, aumenti (minimi) sul costo di benzina e diesel, il divieto di installazione di riscaldamenti a gasolio a partire dal 2025, la diminuzione delle tariffe ferroviarie e l’incremento dell’Iva sui biglietti aerei a partire dal primo gennaio del 2020. Il piano governativo rischia però di deludere le aspettative di molti ed essendo frutto di un compromesso tra cristiano-democratici e socialisti di non essere abbastanza ambizioso. Greta Thunberg, la celebre attivista ambientalista svedese, potrebbe non apprezzare. Le misure non graveranno, nelle intenzioni governative, sul budget dello Stato e pertanto non andranno a generare nuovo deficit: l’esecutivo di Berlino è deciso a mantenere una politica fiscale equilibrata. Il sostegno economico dovrebbe quindi giungere dai proventi derivanti dal sistema di tariffe per l’emissione di Co2 e, in un certo senso, l’intero pacchetto di riforme sarebbe destinato ad autofinanziarsi. 

Scetticismo diffuso

La questione fiscale è destinata comunque a creare problemi all’interno dell’esecutivo. Secondo fonti cristiano-democratiche sarà necessario effettuare tagli alla spesa pubblica al fine di trovare le risorse per finanziare il piano climatico mentre i socialdemocratici sono contrari ed affermano che non sarebbe drammatico investire ancora di più su queste misure. Le opposizioni non hanno esitato a criticare il pacchetto di provvedimenti, che secondo i liberali dell’Fdp difetta di una prospettiva di lunga durata mentre per la sinistra radicale della Linke consiste in un miscuglio di misure inefficaci.

I Verdi e gli attivisti per la lotta al cambiamento climatico giudicano i provvedimenti come troppo timidi e non sufficientemente ambiziosi mentre per la destra radicale dell’Afd sono eccessivamente costosi. Una parte degli industriali, infine, ritiene che la decisione di Berlino di fare da apripista in Europa andrà a danneggiare in special modo i settori produttivi tedeschi. L’approccio ambientalista di Angela Merkel, in definitiva, non è stato particolarmente apprezzato ed il fatto che la stessa Cancelliera ed il ministro della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer abbiano volato verso gli Stati Uniti, nella giornata di domenica, su due voli separati ha contribuito a creare ulteriore insoddisfazione. Non è la prima volta che la Merkel cerca di indirizzare lo sviluppo economico tedesco su binari più sostenibili: nel 2011 Berlino aveva annunciato la chiusura di tutte le centrali nucleari del Paese entro il 2022, mentre nel gennaio del 2019 aveva messo sul tavolo una roadmap per decarbonizzare il Paese entro il 2038. La Germania produce più di un terzo della sua energia bruciando carbone, un materiale altamente inquinante e non ha recentemente rispettato i propri target sulla riduzione nell’emissione di gas serra.

Un’esecutivo instabile

Il compromesso raggiunto sulla questione ambientale ricorda qual è la più grande debolezza insita nella natura stessa del governo tedesco. Le differenze ideologiche tra i partner della coalizione, infatti, tendono talvolta a risolversi in interminabili discussioni e nell’adozione di provvedimenti annacquati, frutto di accordi che difettano di una reale spinta ideologica di fondo. Il piano “verde” non è abbastanza progressista per gli ambientalisti mentre è sin troppo oneroso per gli industriali e non è nemmeno chiaro quanto si rivelerà efficace nel taglio alle emissioni di Co2. La stessa Merkel ha ricordato, parlando delle misure, come la politica sia l’arte di ottenere ciò che è possibile in un determinato momento anticipando, implicitamente, la possibile delusione degli attivisti. Le elezioni generali sono ancora lontane, si voterà nel 2021, ma è possibile che il tema del clima possa assumere un’importanza ancora maggiore entro quella data.

Nei sondaggi il partito dei Verdi ha ormai staccato nettamente i Socialdemocratici ed è candidato a divenire l’esponente principale della sinistra tedesca. Sul fronte opposto, invece, la destra radicale dell’Afd, in particolare modo nei Lander della ex-Germania Orientale, insidia pericolosamente le posizioni della Cdu a trazione Merkel. Il fronte moderato  ha bisogno di nuovo ossigeno e la fine della Grande Coalizione è probabilmente uno degli sviluppi che potrebbe ridare energia agli elettorati dei due partiti ed evitare che un’onda verde o nera possa travolgere Berlino.