Ogni volta che deponiamo un capo d’abbigliamento in un contenitore per la raccolta di indumenti usati, siamo pervasi dalla sensazione di compiere un atto di generosità e responsabilità ambientale. Immaginiamo che quei vestiti possano riscaldare chi ne ha bisogno o, perlomeno, essere riciclati in modo sostenibile. Tuttavia, la realtà che si cela dietro questa pratica è ben più complessa e inquietante.
Un viaggio senza ritorno
Un’inchiesta condotta da El País ha seguito per undici mesi il percorso di 15 capi d’abbigliamento dotati di dispositivi di geolocalizzazione. I risultati sono sorprendenti: molti di questi indumenti hanno intrapreso viaggi transcontinentali, raggiungendo destinazioni come Ghana, Costa d’Avorio, Sudafrica, Emirati Arabi Uniti e Pakistan. Alcuni capi hanno percorso oltre 17.000 chilometri, contribuendo a un’impronta di carbonio significativa e sollevando interrogativi sulla reale efficacia del sistema di riciclo.
Ghana: il cimitero dei tessuti occidentali
Ad Accra, capitale del Ghana, il mercato di Kantamanto è diventato il fulcro del commercio di abiti usati provenienti dall’Occidente. Ogni settimana, tonnellate di indumenti arrivano in questo labirinto di bancarelle e vicoli affollati. I commercianti locali acquistano balle di vestiti senza conoscere il contenuto, sperando di trovare capi rivendibili. Tuttavia, una parte significativa di questi indumenti è di qualità talmente scadente da risultare invendibile, finendo per essere bruciata o abbandonata in discariche a cielo aperto. Le spiagge di Accra sono spesso disseminate di rifiuti tessili, un triste epilogo per ciò che una volta era considerato un gesto di solidarietà.
Marocco: l’economia sommersa degli abiti usati
In Marocco, città come Nador hanno visto trasformazioni significative nel commercio di abiti usati. Dopo la chiusura delle frontiere commerciali con l’enclave spagnola di Melilla nel 2018, molti ex contrabbandieri si sono trovati senza mezzi di sussistenza. In risposta, sono sorti mercati informali dove gli indumenti usati, spesso ottenuti attraverso canali non ufficiali, vengono venduti. Questa economia sommersa solleva preoccupazioni riguardo alle condizioni di lavoro precarie e alla mancanza di regolamentazione nel settore.
Il ruolo delle organizzazioni umanitarie
Organizzazioni come Humana People to People svolgono un ruolo cruciale nella raccolta e distribuzione di abiti usati. Attraverso una rete di contenitori posizionati in collaborazione con enti locali, raccolgono indumenti che vengono poi selezionati e destinati a vari scopi: alcuni vengono venduti nei negozi dell’organizzazione, altri inviati in Africa per essere venduti a prezzi accessibili. I proventi finanziano progetti di sviluppo nei paesi beneficiari. Tuttavia, la gestione di questa filiera è complessa e richiede trasparenza per garantire che gli obiettivi umanitari siano effettivamente raggiunti.
La sfida della trasparenza
Il settore della raccolta di indumenti usati è intrinsecamente complesso, coinvolgendo una molteplicità di attori e processi. Humana Italia, ad esempio, ha implementato l’attestazione ESET (Etica, Solidale, Ecologica e Trasparente) per tracciare i flussi di merci e denaro nella filiera internazionale degli abiti usati. Questa iniziativa mira a garantire che i vestiti donati siano effettivamente destinati a scopi benefici e che le operazioni siano condotte in modo etico e sostenibile.
Verso una soluzione sostenibile
La crescente consapevolezza delle problematiche legate al riciclo degli abiti usati ha spinto l’Unione Europea a introdurre normative più stringenti. Dal 2025, sarà obbligatoria la raccolta differenziata dei tessili, con l’obiettivo di ridurre i rifiuti e promuovere il riciclo. Tuttavia, senza un cambiamento radicale nel modello di produzione e consumo della moda, queste misure rischiano di essere insufficienti. È fondamentale ridurre la produzione di abiti di bassa qualità destinati a una vita breve e promuovere un consumo più consapevole e sostenibile.
Conclusione
L’atto di donare abiti usati, sebbene mosso da buone intenzioni, può avere conseguenze inaspettate e talvolta dannose per le comunità del Sud del mondo. È essenziale interrogarsi sull’efficacia dei sistemi di riciclo attuali e lavorare verso soluzioni che non solo allevino il problema dei rifiuti tessili, ma che rispettino anche la dignità e l’economia delle popolazioni coinvolte. La vera sfida risiede nel ripensare il nostro rapporto con la moda, privilegiando qualità, durabilità e responsabilità sociale.

