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Il 26 aprile 1986 è stata una data spartiacque. L’esplosione che in quella notte ha distrutto il reattore della centrale nucleare di Chernobyl ancora oggi è alla base dei dibattiti sull’energia atomica. Quando questa risorsa ha iniziato ad essere usata per scopi civili nel secondo dopoguerra, le spaccature erano già evidenti. C’è chi la considerava l’energia del futuro, chi invece ha sempre posto l’accento sulla sua pericolosità. Su quest’ultimo fronte le tematiche portate avanti negli ultimi anni sono principalmente due. Da un lato ci sono i rischi per eventuali incidenti, dall’altro i discorsi riguardanti lo smaltimento delle scorie. Tra i sostenitori del nucleare invece l’accento è stato posto sempre sulla funzionalità come alternativa a fonti energetiche più inquinanti, petrolio in primis.

L’esplosione di Chernobyl ha divelto come un vaso di Pandora non solo il tetto del reattore n.4 della centrale, ma anche tutte le varie contraddizioni insite nel dibattito internazionale. Da allora le posizioni sono diventate sempre più divergenti. I gruppi ambientalisti hanno promosso politiche volte al ridimensionamento dell’uso del nucleare, sul versante opposto si è puntato invece a un potenziamento degli investimenti. In Italia il dibattito nel 1986 ha prodotto un referendum con il quale il nostro Paese ha scelto l’addio definitivo al nucleare. Altre nazioni invece hanno costruito nuove centrali. Il disastro di Fukushima del 2011, generato da uno tsunami prima ancora che da malfunzionamenti della centrale giapponese, ha ulteriormente acuito i toni del dibattito.

Quale ruolo per il nucleare nella transizione?

Oggi però il discorso sul nucleare è entrato in una fase ancora più delicata. L’avvento del coronavirus e delle varie crisi economiche innescate dalle pandemie ha dato maggiore impulso al tema della transizione energetica. Il nucleare, in questo contesto, dove si colloca? È una risorsa da considerare a tutti gli effetti come parte integrante del processo di transizione oppure, al contrario, tra quelle da cui doversi definitivamente separare? L’Unione Europea considera ufficialmente il nucleare come fonte non rinnovabile. Non è un dettaglio di poco conto. Quando la commissione indica i vari obiettivi da raggiungere per i Paesi membri nell’ambito delle politiche di transizione ambientale, gli investimenti sul nucleare non vanno considerati nella categoria delle energie alternative.

Eppure da qualche anno a questa parte si è iniziato a parlare anche di “nucleare pulito”. Significativa in tal senso la posizione di un premio Nobel della fisica come Carlo Rubbia: “I Paesi più sviluppati, Italia compresa, non devono però abbandonare la ricerca di un nucleare interamente nuovo – ha dichiarato lo scorso anno in un’intervista su Rivista Energia in cui presentava la sua visione di mix energetico – come la fusione a-neutronica, studiando la possibilità di arrivare alla pura emissione di elettricità da particelle alfa e senza alcuna radiazione beta o gamma”. Ci sono quindi molte strade da poter intraprendere. Qual è quella giusta? In Europa ci si interroga profondamente sul tema a oltre tre decenni dal disastro di Chernobyl e dieci anni dopo il caso di Fukushima che, pur a migliaia di chilometri dall’Europa, ha riaperto il dibattito.

Francia e Germania, strategie divergenti sul nucleare

Parigi e Berlino sono in tal senso interpreti di linee di tendenza diametralmente opposte. Non esiste alcun asse franco-tedesco sul tema dell’energia atomica.

In Germania il governo di Angela Merkel ha scelto la strada dell’uscita dal nucleare dopo Fukushima, quando avviò programmi di dimissione graduale del nucleare come fonte di generazione per il suo sistema energetico, fermando otto reattori ad agosto 2011, promettendo la chiusura di altri nove entro il 2022 e arrivando a rilanciare l’uso del carbone e del gas, fonti più inquinanti del nucleare, pur di accontentare l’opinione pubblica. Questo ha di fatto reso più complesso il percorso di Berlino verso la transizione energetica, rendendola più dipendente da fonti come l’eolico e il fotovoltaico: nel 2021, ad esempio, l’energia rinnovabile è tornata a alimentare meno della metà del consumo tedesco nella prima metà dell’anno a causa del calo della produzione eolica. Energia Oltre segnala infatti che nel periodo gennaio-giugno si sarebbe scesi al 42,6% del totale, in calo di 8,1 punti percentuali su base annua. In 2,4 miliardi di euro, invece, è stata calcolata la spesa necessaria a procedere al decommissioning degli impianti in via di smantellamento.

La Francia, invece, prosegue sulla strada della generazione nucleare. Questa fonte occupa una fetta molto rilevante (circa il 40 per cento) nel suo mix energetico. Nel quadro del piano nazionale France Relance Parigi e il presidente Emmanuel Macron hanno recentemente stanziato 200 milioni di euro per operare un’accelerazione della transizione tecnologica dei reattori nazionali verso forme più sicure di generazione e un maggiore orientamento all’innovazione nel quadro di un settore che presidia oltre 220mila posti di lavoro assieme all’indotto e garantisce a Parigi indipendenza energetica e sicurezza strategica. Il governo sta mettendo in campo piani per il finanziamento di sei nuovi reattori nucleari con tecnologia a pressione da realizzare entro il 2044, per un costo complessivo stimato di 47 miliardi di euro, che mirano a dare al Paese un’ulteriore profondità in materia. Il rischio maggiore, in quest’ottica, appare legato al fatto che il nucleare impone una dipendenza di medio-lungo periodo da investimenti che possono essere difficilmente aggiornati in corsa in caso di avanzamenti tecnologici oggi imprevedibili. Fattispecie che in una fase di innovazione diffusa e profonda come quella attuale può produrre un vero e proprio boomerang.

Tra le due potenze guida dell’Europa si è poi aperta una faglia legata al finanziamento in sede europea dei progetti legati al nucleare. Parigi ha chiesto di rivedere la linea del piano ambientale europeo Fit for 55 che la Commissione europea guidata dalla tedesca Ursula von der Leyen ha promosso nelle scorse settimane proprio per la mancata inclusione del nucleare tra le fonti finanziabili con i futuri green bond. Una scelta legata a precise pressioni politiche: “di recente”, nota StartMag, “i ministri di cinque paesi europei – Germania, Austria, Spagna, Danimarca, Lussemburgo – hanno inviato una lettera alla Commissione per chiedere di escludere il nucleare dalle fonti verde, impedendogli così di accedere ad aiuti e misure di sostegno varie”. L’Unione Europea, recentemente finita nel mirino anche per il controverso caso del sostegno alla produzione di pellet che impatta sulle foreste del pianeta pur essendo classificato come fonte “pulita”, dovrà gestire in futuro questo dilemma. E l’Italia può contribuire a far trovare una soluzione.

La possibile via dell’Italia per il nucleare

L’Italia, come noto, ha dismesso il nucleare a partire dal 1987, con i referendum convocati sull’onda lunga di Chernobyl che cancellarono un’esperienza importante che stava culminando nell’entrata a pieno regime di alcuni dei più avanzati reattori a fissione dell’epoca. Dopo il fallimento dei referendum del 2011 per la reintroduzione di un programma di sviluppo in materia, oggi complice la strutturazione del nostro Paese come grande potenza delle rinnovabili e della transizione e l’ascesa nel quadro del governo Draghi del ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani il dossier si è riaperto.

L’Italia può giocare un ruolo per portare il nucleare europeo in una nuova dimensione e dare una base di innovazione, sviluppo e avanzamento tecnologico alle ricerche in materia. Soddisfacendo le richieste francesi senza alimentare i timori tedeschi sui reattori tradizionali. A settembre 2020 è ad esempio partita al centro Enea di Frascati la fase operativa per la realizzazione del progetto Dtt (Diverter Tokamk Test), la macchina che dovrà sperimentare soluzioni all’avanguardia per l’energia da fusione di cui anche il ministro Cingolani si è detto entusiasta sostenitore e che con una prospettiva pluridecennale mira a conquistare il Santo Graal della generazione nucleare.

Inoltre, l’Italia partecipa con diverse aziende (Fincantieri, Ansaldo Energia, Vitrociset,spin-off di Leonardo, Asg Superconductors) al progetto del reattore sperimentale Iter (International Thermonuclear Experimental Reactor), sito a Cadarache, vicino a Marsiglia che mira a creare nuovi standard di qualità e sicurezza. Il Recovery Fund, chiaramente, non prevede investimenti su una tecnologia che l’Italia ha ufficialmente lasciato per la generazione del suo mix energetico. Ma questi avanzamenti, la presenza di una scuola di ricerca in materia che data ai tempi di Enrico Fermi e dei “ragazzi di via Panisperna” e l’esistenza di centri di ricerca e universitari d’eccellenza lasciano presagire la possibilità di un ruolo per l’Italia nel nucleare di domani. Fondamentale per una transizione scevra da dogmatismi o utopie green.