Per Donald Trump il confine con il Messico è da sempre uno dei simboli politici più potenti. Il muro rappresenta, nella grammatica politica trumpiana, l’idea di una frontiera finalmente controllata, di uno Stato che torna a esercitare la propria sovranità e di una promessa elettorale trasformata in cemento, acciaio e infrastrutture. Ma proprio in Texas, lo Stato che più di ogni altro incarna la politica repubblicana americana, quella promessa sta producendo una contraddizione difficile da ignorare.

Nel remoto Parco nazionale di Big Bend, nell’estremo Ovest dello Stato, la discussione sulla sicurezza della frontiera si sta trasformando in una battaglia sui diritti di proprietà, sul turismo e sul modello economico di intere comunità. E a contestare l’espansione delle infrastrutture federali non sono soltanto ambientalisti o gruppi tradizionalmente ostili a Trump: tra i critici ci sono proprietari terrieri, autorità locali, operatori economici e cittadini conservatori.
La particolarità di Big Bend è innanzitutto geografica. Il settore della Border Patrol che porta lo stesso nome copre circa 517 miglia di confine e rappresenta uno dei tratti più vasti della frontiera meridionale. Ma è anche storicamente uno dei meno attraversati dai migranti. Il settore copre circa un quarto dell’intero confine sudoccidentale ma registra soltanto una quota molto ridotta degli attraversamenti. È una conseguenza della natura stessa del territorio: deserti, montagne, canyon, temperature estreme e lunghi tratti quasi completamente disabitati rendono già estremamente difficile attraversare la frontiera.
Ed è proprio questa caratteristica a rendere il caso Big Bend diverso da quello di città come El Paso o Eagle Pass. Qui il confine non è soltanto una linea geopolitica. È parte del paesaggio sul quale si è sviluppata un’economia basata sull’escursionismo, sul turismo naturalistico, sul rafting, sulle guide, sull’ospitalità e sulle attività outdoor.
Il paesaggio come risorsa economica
I numeri del National Park Service aiutano a capire la posta in gioco. Nel 2024 Big Bend National Park ha registrato circa 561.000 visitatori, che hanno speso 56,8 milioni di dollari nelle comunità circostanti. La spesa ha sostenuto 585 posti di lavoro, 17,3 milioni di dollari di reddito da lavoro e 63,7 milioni di dollari di output economico complessivo. Non si tratta dunque di un’economia marginale costruita attorno a un parco sperduto nel deserto. Per le comunità locali, il paesaggio è una risorsa economica. E il timore degli imprenditori è precisamente questo: che una trasformazione irreversibile del paesaggio possa finire per danneggiare ciò che rende Big Bend attrattivo.
Il problema riguarda inoltre non soltanto il parco nazionale. Il governo federale ha iniziato a cercare accesso a terreni privati lungo il Rio Grande e circa 400 proprietari terrieri della regione sono stati coinvolti nelle iniziative federali legate alle nuove infrastrutture di sicurezza. In diversi casi sono state inviate lettere per ottenere l’accesso ai terreni, con la prospettiva dell’esproprio attraverso l’eminent domain in caso di mancato accordo. Ed è qui che la questione cambia natura.
Non si tratta di una protesta facilmente catalogabile come opposizione liberal all’amministrazione Trump. In questa parte del Texas, la difesa della proprietà privata, la diffidenza verso Washington e il peso dell’economia locale sono valori perfettamente compatibili con la tradizione conservatrice.

La questione dell’esproprio può quindi diventare particolarmente delicata per il Partito repubblicano. Per decenni il conservatorismo texano ha costruito parte della propria identità politica attorno alla difesa della proprietà privata e alla limitazione dell’intervento federale. Quando però è Washington a chiedere l’accesso ai terreni di ranch e aziende agricole in nome della sicurezza nazionale, i due principi entrano in collisione. La storia di Big Bend rende il contrasto ancora più evidente.
Il Texas Tribune ha raccontato il caso di Joe Carrasco, uno dei proprietari interessati dalle richieste federali. La sua famiglia vive e lavora da generazioni lungo il Rio Grande. Per persone come lui, il fiume non è semplicemente il confine tra due Paesi: è parte della vita quotidiana, dell’attività agricola e del paesaggio. Il governo federale, dal canto suo, sostiene che la nuova infrastruttura sia necessaria per rafforzare il controllo della frontiera. Ma nel Big Bend emerge una domanda politicamente scomoda: se il tratto è tra i meno attraversati della frontiera, quale sia esattamente il rapporto tra l’enorme investimento e il rischio che si vuole contrastare?
Un contratto da 1,7 miliardi di dollari
La descrizione ufficiale del contratto parla di “border wall in Big Bend Texas“: il progetto prevede 17 miglia di barriere per veicoli, strade di pattugliamento e circa 205 miglia di “system attributes”, comprendenti infrastrutture stradali e tecnologie di sorveglianza. È una distinzione tecnicamente importante. Perché significa che la battaglia non riguarda necessariamente soltanto una gigantesca barriera d’acciaio. Riguarda l’intera trasformazione fisica della frontiera: strade, sensori, cantieri, accessi ai terreni, infrastrutture e presenza federale. Ed è proprio questa trasformazione ad avere fatto scattare l’allarme tra alcune comunità locali.
Il caso Big Bend potrebbe non rappresentare, da solo, una minaccia elettorale significativa per Trump. Il Texas resta uno degli Stati più solidamente repubblicani degli Stati Uniti e la sicurezza della frontiera continua a essere una delle questioni sulle quali il Partito repubblicano gode di un vantaggio politico evidente. La vicenda mostra i limiti della politica nazionale quando entra in collisione con gli interessi concreti delle comunità locali.

La sicurezza del confine può essere un tema astratto e potentissimo quando viene discusso a Washington. Diventa molto più complicato quando significa che una strada deve attraversare una proprietà privata, che un ranch deve concedere l’accesso ai tecnici federali o che un’impresa turistica teme che il proprio principale elemento di attrazione venga modificato. La stessa reazione registrata nei mesi scorsi a Big Bend è significativa: l’opposizione al progetto ha attraversato gli schieramenti politici, contribuendo alla decisione di non procedere con la costruzione della barriera all’interno del parco nazionale come inizialmente ipotizzato.
Ma la questione non è affatto chiusa
L’assegnazione del contratto da 1,7 miliardi di dollari ha infatti riaperto interrogativi sul perimetro effettivo dei lavori. Nel frattempo, i proprietari terrieri fuori dalle aree protette continuano a fare i conti con le richieste di accesso e con la possibilità di espropri. E il rischio politico per i repubblicani è abbastanza chiaro: far apparire la sicurezza del confine come una scelta a somma zero tra Washington e le comunità che vivono sulla frontiera.
È una situazione che può mettere in difficoltà soprattutto il rapporto con gli elettori conservatori moderati e con gli indipendenti locali, per i quali la questione dell’immigrazione può essere importante ma non necessariamente più importante della proprietà, del lavoro e dell’economia della propria contea.

C’è infine un elemento quasi ironico. Big Bend è una delle regioni americane in cui la frontiera è già naturalmente più difficile da attraversare. Il paesaggio stesso svolge una funzione di barriera. Eppure proprio qui Washington sta investendo miliardi per rafforzare il controllo. Nel frattempo, il turismo continua a dimostrare il valore economico di quello stesso paesaggio: i dati NPS più recenti mostrano che Big Bend ha superato nuovamente il mezzo milione di visitatori annui, con 568.104 presenze nel 2025. Nei primi cinque mesi del 2026 il parco aveva già registrato oltre 304.000 visite, secondo i dati preliminari del National Park Service.
Per gli operatori locali, quindi, la questione non è necessariamente “muro sì o muro no”. È quale frontiera vuole essere il Texas. Una frontiera militarizzata, infrastrutturata e sempre più separata fisicamente dal Messico oppure una frontiera nella quale sicurezza e attività economiche locali possano coesistere?
Perché il vero boomerang, per i repubblicani, non sarebbe scoprire che i texani sono contrari al controllo della frontiera. Sarebbe scoprire che alcuni dei loro stessi elettori possono essere favorevoli al controllo del confine ma contrari al prezzo che Washington chiede loro di pagare per ottenerlo.
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