Recentemente Israele ha usato nuovamente il fosforo bianco su aree popolate del Libano. Lo rivela un’inchiesta del New York Times pubblicata a giugno 2026, dopo aver analizzato filmati che documentano l’impiego della sostanza a Nabatieh il 30 maggio e nei pressi della città di Tiro, oltre che in altri tre centri abitati del Libano meridionale — Qlayaa, Khiam e Yohmor — a marzo. A queste segnalazioni si aggiunge quella riportata il 28 giugno dal quotidiano libanese L’Orient-Le Jour, media da sempre distante dalle posizioni di Hezbollah, che ha documentato l’uso di munizioni al fosforo bianco nell’area di Shebaa.
L’accordo che impone all’esercito libanese il disarmo del movimento sciita non ha fermato la guerra. Al contrario, come Gaza ha già dimostrato, rischia di trasformarsi nel pretesto legale per una nuova offensiva israeliana. E non ha fermato neppure il ricorso al fosforo bianco, una sostanza utilizzata per creare cortine fumogene per coprire i movimenti dei militari che, a contatto con l’ossigeno, continua a bruciare provocando incendi devastanti. Il Protocollo III della Convenzione sulle armi convenzionali ne esclude l’utilizzo in prossimità delle aree civili. Israele non ha ratificato il Protocollo, ma ciò non lo esonera dagli obblighi imposti dal diritto internazionale umanitario, che vieta gli attacchi indiscriminati e impone la protezione della popolazione civile.
Il New York Times ha sottoposto all’esercito israeliano le coordinate degli episodi analizzati e ha chiesto chiarimenti sulle procedure che regolano l’utilizzo di queste munizioni. Israele, dal canto suo, non ha fornito chiarimenti sui singoli casi, limitandosi a ribadire di possedere munizioni al fosforo bianco e a respingere tutte le accuse sul loro utilizzo contrario al diritto internazionale.
Le organizzazioni per i diritti umani raccontano però un’altra storia. Amnesty International documentò già nel 2023 l’uso della sostanza nell’area popolata di Dhayra, che ha provocato feriti, incendi e danni a edifici e veicoli. L’organizzazione chiese allora che l’episodio fosse indagato come possibile crimine di guerra. A marzo 2026 Human Rights Watch è giunta a conclusioni analoghe analizzando un attacco avvenuto sempre a Yohmor. Attraverso immagini geolocalizzate e materiale video verificato, l’organizzazione ha denunciato l’impiego di munizioni al fosforo bianco su un’area residenziale, giudicandolo incompatibile con gli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario.
A rafforzare questo quadro contribuiscono anche i dati raccolti dal ricercatore indipendente della TU Delft Ahmad Beydoun, che ha censito 247 episodi di utilizzo del fosforo bianco nel Libano meridionale tra ottobre 2023 e novembre 2024, analizzando oltre 650 immagini e video verificati. Di questi, il 39% degli attacchi ha interessato aree residenziali, il 17% terreni agricoli e il restante 44% aree boschive o aperte.
L’impatto su terreni agricoli e foreste
Non stupisce allora che il ministro dell’Ambiente libanese abbia parlato apertamente di «ecocidio» nella prefazione di un rapporto di 106 pagine dedicato ai danni inflitti alle risorse naturali del Paese. Oltre 5.000 ettari di foreste risultano distrutti o gravemente danneggiati, mentre l’erosione del suolo e il grave danneggiamento di habitat naturali aggravano una crisi che colpisce direttamente le comunità locali. A pagarne il prezzo sono soprattutto oliveti, frutteti e piantagioni di agrumi, in una regione dove l’agricoltura continua a rappresentare una delle principali fonti di sostentamento. La distruzione di migliaia di ettari coltivati e la riduzione delle rese agricole avrebbero già causato oltre mezzo miliardo di dollari di perdite per il settore, in un Paese alle prese con una delle peggiori crisi economiche della sua storia recente.
Le accuse di Beirut trovano ulteriore conferma nei dati raccolti negli ultimi mesi. Secondo il Consiglio Nazionale per la Ricerca Scientifica del Libano, una quota significativa degli incendi registrati nel sud del Paese dopo marzo è riconducibile all’impiego di munizioni al fosforo bianco, andando ad aggiungersi ai roghi che durante il conflitto del 2023-2024 devastarono migliaia di ettari tra il Libano meridionale e la valle della Bekaa.
Non si tratta di episodi isolati, ma dell’applicazione della Dottrina Dahiya, la strategia militare che prende il nome dal quartiere meridionale di Beirut raso al suolo durante la guerra tra Israele e Hezbollah del 2006, dove venne impiegato anche il fosforo bianco. Un approccio che le forze armate israeliane hanno perfezionato nel tempo e in cui tutto ciò che può essere ricondotto al “sistema” che sostiene il nemico diventa un obiettivo militare.
Resta però una domanda: quanto di questa devastazione sopravvivrà alla guerra? Le analisi disponibili non mostrano livelli di contaminazione tali da compromettere in modo irreversibile la fertilità dei terreni. Rami Zurayk, professore dell’American University di Beirut, invita infatti a guardare altrove. Secondo gli studi condotti dopo il conflitto del 2024, i livelli di fosforo rilevati nei terreni agricoli non hanno evidenziato criticità tali da far temere danni permanenti, pur rendendo necessario un monitoraggio costante. A preoccuparlo maggiormente è la distruzione sistematica di interi edifici che, abbattuti, rilasciano nell’ambiente sostanze tossiche accumulate nei materiali da costruzione. E se il fosforo bianco lascia ferite immediatamente visibili nei campi bruciati e nelle foreste distrutte, altre restano sepolte sotto il cemento frantumato e potranno riemergere soltanto quando il Libano meridionale avrà la possibilità di rialzarsi. Israele permettendo.