Dopo molte discussioni, nelle prossime settimane il Green Deal europeo prenderà via via forma. Molto si è parlato del “nuovo corso” ambientalista della Commissione, che nelle sue dichiarazioni ha più volte provato, con difficoltà, a spiegare quali dovrebbero essere i capisaldi delle riforme ambientaliste e delle nuove azioni da compiere. In primavera sarà necessario sciogliere numerose ambiguità, legate al fatto che l’Unione Europea dovrà trasformare le proposte in azioni concrete.

“In marzo la Commissione proporrà al Consiglio una legge sul clima, puntando ad inserire, nelle norme europee, l’obiettivo ‘emissioni zero’ nel 2050”, sottolinea Italia Oggi. In giugno, “invece, proporrà un piano d’azione per il finanziamento dei progetti verdi. In autunno ha l’intenzione di proporre un piano dettagliato di dimezzamento delle emissioni entro il 2030, da cui deriverà la scelta di allocazione selettiva di almeno mille miliardi” di euro.

Più volte, in riferimento alle politiche ambientali, è emersa su questa testata la richiesta alla politica di compiere scelte ragionevoli e pragmatiche distinguendo le diverse questioni della lotta al cambiamento climatico. Fare confusione tra la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e tutto il resto delle questioni ambientali, ad esempio, è un errore comune compiuto molto spesso dai decisori politici. L’idea della reductio ad unum legata all’appiattimento della questione ambientale sulle emissioni di gas serra ha ispirato l’ondata ambientalista degli ultimi anni, ma non può essere una chiave di lettura accettabile per risolvere questioni che si faranno sempre più pressanti negli anni a venire.

Specie considerato il fatto che l’Unione Europea rappresenta, a livello mondiale, un punto di riferimento per la lotta alle emissioni di carbonio. Come sottolinea l’Osservatorio Globalizzazione,  l’Europa, in base alle indagini sviluppate dal Global Carbon Project, “ha condotto un piano di politiche ambientali che nel lungo periodo, degli ultimi 20 anni, che si è manifestato vincente. Presentando un calo del -16% sulla produzione di biossido di carbonio, circa 3,5 miliardi di tonnellate, derivanti da combustibili fossili, scese del 2,5% nel 2018 rispetto all’anno precedente”. 

I Paesi europei hanno impostato un percorso di riduzione delle emissioni deciso. La classifica dei Paesi in testa alla classifica della lotta alle emissioni “vede in testa Italia e Portogallo con un calo rispettivamente del 9,5% e del 9,0%. Poi vi sono: Bulgaria (-8,1%), Irlanda (-6,8%),  Olanda (-4,6%), Francia (-3,5%)”. Dati che smentiscono la retorica della colpa e aiutano a indagare sul profilo squisitamente politico del “Green New Deal”.

Quali Paesi beneficeranno maggiormente del piano europeo? Con ogni probabilità la Germaniache sarà supportata nel piano d’uscita dall’industria e del carbone, e la Francia depositaria della leadership europea nel nucleare.

Parlare solo di emissioni non aiuta, inoltre, a cogliere due problematiche che sono in realtà centrali nella lotta al degrado ambientale. La prima è l’annosa questione della redditività dei settori “verdi”, che prima di impattare positivamente sulle società occidentali dovranno garantire ritorno sugli investimenti, crescita e occupazione. La seconda è l’intera gamma di questioni ambientali oscurate dal tema emissioni ma che hanno un’importanza paragonabile: il dissesto idrogeologico, l’impoverimento dei terreni, la riduzione degli stock ittici nei mari, le problematiche urbanistiche legate all’antropizzazione selvaggia, la sicurezza alimentare. Per tacere di problemi che, al momento, non riguardano l’Europa come il land grabbing. Potrà l’Europa risolvere tali questioni in solitaria lanciando un manifesto che appare più retorico che concreto? Riuscirà, nel frattempo, a distribuire in maniera equa i non indifferenti investimenti programmati? La risposta a queste due domande è ancora incerta. Ma forse la questione più importante è capire se, a livello politico, il problema ambientale sia stato fino ad ora posto nella modalità corretta.

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