Pochi giorni fa, Xi Jinping ha effettuato un tour nella Cina nord-orientale. A Changchun, capoluogo della provincia di Jilin, il presidente cinese ha tenuto un discorso rivolto ai funzionari locali, sottolineando l’importanza della sicurezza alimentare. Un’importanza sempre più strategica per il Dragone, perché è dal cibo che dipendono sia il futuro dell’intera nazione che la vita degli oltre 1,4 miliardi di abitanti del Paese.
Xi ha citato vari concetti lasciando intendere che Pechino deve promuovere un sistema di approvvigionamento alimentare diversificato e tecnologicamente avanzato. Il motivo è semplice: da un lato, il Dragone non può permettersi di restare a secco di cibo; dall’altro, non può, o meglio non vuole, continuare ad affidarsi troppo alle importazioni alimentari, tanto più se provenienti da Paesi rivali o potenzialmente tali. Ecco quindi che il Partito Comunista Cinese ha adottato tre contromisure.
La prima: la Cina sta potenziando – grazie a tecnologia e scienza – il proprio sistema agrario interno per garantire sorgenti di cibo autoctone. La seconda: il gigante asiatico ha stretto accordi rilevanti con Paesi in via di sviluppo o del Global South, ben felici di vendere a Pechino i loro numerosi prodotti alimentari in cambio di denaro sonante. La terza: parallelamente, il governo cinese sta cercando di limitare la dipendenza alimentare dai suoi rivali, a cominciare dagli Stati Uniti.
Obiettivo sicurezza alimentare
La Cina è una delle nazioni più attive sul fronte della sicurezza alimentare. Parliamo, del resto, di una nazione che ha alle spalle una dolorosa storia di carestia e che deve sfamare quasi il 20% della popolazione mondiale con meno del 9% delle sue terre coltivabili. Ma cosa si intende esattamente per “sicurezza alimentare”?
In base a quanto stabilito dal World Food Summit del 1996, la sicurezza alimentare si articola in quattro dimensioni: la disponibilità fisica di cibo, che riguarda l’offerta ed è determinata dal livello di produzione alimentare, dalla quantità di scorte disponibili e dal commercio netto; l’accesso economico e fisico al cibo, che va consolidato con politiche che migliorino i redditi e controllino le spese dei cittadini; l’utilizzo degli alimenti; e la stabilità nel tempo di queste tre dimensioni.
La stabilità è oggi però messa a dura prova da fattori come guerre, tensioni internazionali, pandemie e cambiamento climatico. Il primo campanello d’allarme nei corridoi di Zhongnanhai è scattato con lo scoppio del conflitto in Ucraina. Infatti, tra i principali importatori di cibo della Cina, fino a qualche anno fa figuravano in maniera consistente Stati Uniti e Ucraina: un rivale sistemico e uno travolto da missili e bombe. Nel 2021, per esempio, Pechino ha importato il 70% del mais da Washington e il 30% da Kiev. Oggi, dunque, l’obiettivo di Pechino è quello di smarcarsi da pericolose dipendenze strategiche alimentari esterne.
Il piano di Xi
Il ministero dell’Agricoltura di Pechino prevede che entro il prossimo decennio la Cina produrrà il 91,5% del cibo consumato. Il piano è già stato messo nero su bianco. Il governo cinese prevede di raggiungere il 92% di autosufficienza nei cereali e nei fagioli di base entro il 2033 (rispetto all’84% registrato nel periodo 2021-2023), in linea con l’obiettivo di Xi di trasformare la Repubblica Popolare Cinese in una “potenza agricola” entro la metà del secolo.
Nel decennio fino al 2033, inoltre, il ministero dell’Agricoltura ipotizza una riduzione del 75% delle importazioni di mais, a 6,8 milioni di tonnellate, e una diminuzione del 60% per il grano, a 4,85 milioni di tonnellate. Per la soia, la voce più importante nel conto delle importazioni agricole, Pechino prevede una riduzione del 21% (a 78,7 milioni di tonnellate) entro un decennio.
A che punto siamo? Nel 2024, la Cina ha importato 157,5 milioni di tonnellate di cereali, praticamente la stessa quantità registrata nel 2021 e nel 2023. Inoltre, secondo un paper realizzato dal China Macroeconomy Forum, nel 2020 la Cina è stata un esportatore netto di grano, ha prodotto il 99% del riso consumato e il 94% del mais, ma solo il 17% della soia di cui aveva bisogno. La soia viene utilizzata principalmente per nutrire il bestiame e ha giocato un ruolo importante nella guerra commerciale con gli Stati Uniti durante il primo mandato di Donald Trump.
Torniamo quindi al viaggio di Xi nella Cina nord-orientale, dove sono dislocate le tre province (Heilongjiang, Jilin e Liaoning) che, insieme alla Mongolia Interna, producono un quarto delle scorte totali di cereali del Paese. Il messaggio del leader cinese è chiaro: Pechino deve blindare quanto prima la propria sicurezza alimentare.