Recentemente, intervenendo a un festival a Bari intervistato da Nicola Porro il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti si è interessato al tema dei costi industriali e occupazionali della transizione energetica sottolineando come il processo di riconversione, di ingresso di nuovi mercati a scapito di altri e di trasformazione del lavoro e delle competenze non sarà neutrale. Giorgetti ha posto sul terreno una serie di temi fondamentali, dalla necessità di investimenti per abilitare la transizione economica e industriale alla necessità di occuparsi del tema dei potenziali perdenti di questo processo, che le imprese hanno di fatto interiorizzato lanciando un allarme sui costi del processo.

15 miliardi di euro di fardello

Nelle ultime settimane l’Italia ha visto l’ufficializzazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza che dà oltre un terzo dei suoi fondi alla transizione ecologica; ha assistito all’avvio di massicci investimenti da parte dei campioni nazionali delle rinnovabili; ha partecipato attivamente alla definizione del piano europeo Fit for 55 dedicato all’impegno comune sulla lotta alle emissioni; ha ospitato, con il ministro Roberto Cingolani a fare gli onori di casa, l’appuntamento del G20 dedicato a clima e ambiente. In prospettiva, per il Paese, la prossima sfida sarà quella di definire politiche industriali tali da abilitare senza duri costi per le imprese e i lavoratori il passaggio a sistemi di alimentazione più efficienti per i nostri sistemi economici e a creare nuovi settori basati su una crescente sostenibilità.

Le imprese italiane hanno presentato al governo Draghi quello che ritengono possa essere il conto delle scelte volte ad abilitare e promuovere la transizione nei settori oggi ritenuti a maggior impatto ambientale. Un rapporto compilato dagli americani di Boston Consulting, azienda di consulenza strategica tra le principali al mondo, commissionato dalle associazioni di categoria dei settori meno “green” di Confindustria (siderurgia, chimica, fonderie, carta, vetro, cemento, ceramica) ha stimato il costo in 15 miliardi di euro. Fondi ritenuti necessari a costruire nuovi impianti, a riqualificare quelli già esistenti, a sviluppare nuove fonti di alimentazione, a evitare la distruzione di posti di lavoro.

Le aziende che, nota Repubblica, rappresentano un fatturato complessivo di 88 miliardi di euro e 700mila addetti con l’indotto hanno voluto portare in evidenza il fatto che questa via ha un costo sostanzialmente paragonabile a quello che comporterebbe la ben meno efficace procedura di investimento nel mercato delle emissioni e dei permessi di inquinamento: essa comporterebbe un “costo cumulato per le imprese energivore tra gli 8 e i 15 miliardi di euro dal 2022 al 2030, cioè un taglio dell’8-20% del margine operativo lordo nel 2030. Insomma, un forte rischio di perdita della competitività rispetto ai player internazionali”.

La ricerca di un accordo Stato-imprese

La questione della transizione è una partita a tutto campo che sarà decisiva anche per la capacità del nostro Paese di restare competitivo sui mercati internazionali. Quanto detto a Bari da Giorgetti e sottolineato nel documento si dovrà riflettere, in vista del Pnrr, in una serie di scelte pragmatiche volte a ridurre quello che potremmo definire il “cuneo ambientale”, ovvero la differenza tra i dividendi produttivi e occupazionali che la transizione ambientale può garantire e i costi necessari per abilitarli. Che richiamano necessariamente in campo disegni di politica industriale su cui lo Stato può dire la sua.

Alessandro Banzato, presidente di Federacciai, in un’intervista al Foglio si è detto favorevole all’istituzione di un fondo nazionale per la trasformazione e la transizione industriale volto a coniugare decarbonizzazione e difesa della produzione. La siderurgia è un esempio di settore in cui, come dimostra l’attenzione sul recente caso Ilva, la politica industriale non può mancare di esercitare un ruolo strategico di coordinamento e supervisione e in cui possono essere applicati i nuovi paradigmi abilitanti. Essendo un’industria che, a livello globale, contribuisce con attività dirette e indotto a un giro d’affari da 2,5 trilioni di dollari l’anno e oggigiorno, riporta il Financial Times, genera un quarto delle emissioni di gas serra da comparto industriale del pianeta e tra il 7 e l’8% del totale in assoluto, quello dell’acciaio può essere un buon paradigma delle modalità con cui i costi prospettati da Boston Consulting possono essere spalmati o ammortizzati.

Il primo volano è quello del sostegno pubblico all’investimento aziendale in tecnologie abilitanti e efficienza energetica nella scelta di fornitori, impianti, metodi di generazione. Una traccia che il Pnrr intende seguire e che si completa con misure di stampo keynesiano come il Superbonus.

Secondo punto è quello degli investimenti in stabilizzazione dell’occupazione e in riqualificazione del lavoro. Come abbiamo avuto modo di sottolineare recentemente, un costo capace di generale esternalità negative nel quadro della transizione sarà quello legato alla distruzione di posti di lavoro e alla necessità di riqualificare competenze e produrre nuove posizioni e figure lavorative. Un serio programma di re-skilling nei settori potenzialmente soggetti alla massima quota di cambiamenti può avere risultati importanti nell’ammortizzare i costi.

Infine, risulterà necessario aumentare l’integrazione tra il tessuto industriale e le reti di alimentazione a sempre minore impatto ambientale su cui si muovono i mercati energetici ed elettrici più strutturati. Gli interconnettori “verdi” alimentati a rinnovabili, le reti intelligenti capaci di programmare grazie all’Ia l’armonizzazione tra domanda e offerta di energia, reti più sicure di fronte a cali di tensione e sovraccarichi possono di per sé evitare sprechi e ridurre i costi per le imprese e i danni per l’ambiente del Paese. Aumentare la sinergia delle imprese con colossi come Enel e Terna appare, più che mai, fondamentale. La transizione non avrà costi duri, come prospettato da Giorgetti, e non sarà un “bagno di sangue”, come teme Cingolani, se politica, economia e industria sapranno tornare a dialogare virtuosamente.