Il ciclone tropicale Idai, che lo scorso 14 marzo si è abbattuto sulla città di Beira, in Mozambico e che ha portato forti piogge fino al 20 marzo, è stato uno dei più violenti mai registrati nell’emisfero sud. L’uragano ha devastato Mozambico, Zimbabwe e Malawi, e il bilancio è di centinaia, se non migliaia di vittime, con oltre 3 milioni di persone coinvolte. I venti forti e le alluvioni estese hanno distrutto strade, ponti, dighe, case, scuole e strutture sanitarie, e hanno inoltre sommerso ampie zone di terreni agricoli. Il Presidente del Mozambico, Filipe Nyusi, teme un bilancio di 1000 vittime solo nel suo Paese. Il 90% di Beira, in Mozambico, una città che conta oltre 500mila abitanti, è stato distrutto dalle inondazioni.

Che relazione esiste tra il cambiamento climatico e il ciclone Idai? Mami Mizutori, Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per la Riduzione del Rischio da Disastri, ha affermato che “il ciclone Idai è una chiara dimostrazione di come numerose città e paesi sotto il livello delle acque siano esposte e vulnerabili all’innalzamento del livello del mare, dal momento che l’impatto dei cambiamenti climatici continua a influire sui normali fenomeni atmosferici e a rendere estremi gli eventi meteorologici”.

Sebbene la relazione tra il ciclone Idai e i cambiamenti climatici rimane poco chiara, questi hanno senza dubbio contribuito alla devastazione provocata dall’uragano. Esistono tre ragioni per cui è possibile affermare che i cambiamenti climatici abbiano aggravato gli effetti di Idai. In primo luogo, un’atmosfera più calda trattiene più vapore acqueo, e questo rende più intense le piogge: Idai ha infatti prodotto quasi la quantità di pioggia di un anno in soli pochi giorni, vale a dire oltre mezzo metro di acqua in alcune parti della regione. In secondo luogo, negli ultimi anni l’area in questione è stata colpita da una terribile siccità, in linea con le previsioni climatiche relative a tutta la zona. La terra indurita non è riuscita ad assorbire rapidamente la quantità di acqua, e questo ha innalzato il rischio di inondazioni improvvise. In terzo luogo, il livello del mare è di circa trenta centimetri più alto rispetto a un secolo fa, fattore che aggrava le conseguenze delle inondazioni costiere.

Le aree più povere del mondo subiscono già gli effetti dei cambiamenti climatici. Non si deve parlare del cambiamento climatico in un’ottica di ipotesi futura: è, infatti, già in atto e interessa, in modo del tutto sproporzionato, i Paesi meno responsabili di questo fenomeno. Solitamente, le zone più ricche del mondo si trovano lontane dai tropici, mentre molte persone dei Paesi più poveri vivono vicino all’equatore: a giovare di un clima temperato, quindi, sono le zone più benestanti. Inoltre, a differenza dei Paesi a basso reddito, i Paesi più ricchi sono maggiormente preparati ad affrontare gli eventi climatici.

Eppure, i Paesi più ricchi non si stanno impegnando a sufficienza. Il Green Climate Fund, un programma lanciato dalle Nazioni Unite nel 2009 con l’obiettivo di raccogliere, entro il 2020, una parte significativa di un fondo di 100 miliardi di dollari all’anno per mettere in atto misure di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici nei Paesi poveri, fino ad adesso ha ricevuto soltanto promesse per un valore di 10,3 miliardi di dollari. Questa situazione è chiaramente ingiusta, soprattutto se si pensa che l’Africa è il Paese che meno contribuisce al riscaldamento globale sia in termini assoluti, sia in termini di pro capite. Paragonata ai principali inquinatori globali Cina, Stati Uniti e Unione Europea, che producono rispettivamente il 23%, 19%, e 13% delle emissioni globali, l’Africa è responsabile per il 3,8% delle emissioni di gas serra a livello mondiale. Eppure, nonostante le basse emissioni, l’Africa è il continente più vulnerabile ai cambiamenti climatici.

L’area colpita sta affrontando il terribile periodo post-ciclone. Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Wfp) ha assegnato al Mozambico il livello di emergenza 3, alla pari con le emergenze in Siria, Yemen e Sudan del Sud. Il colera, che di solito si diffonde attraverso le acque contaminate, sta diventando una fonte di grande preoccupazione. In Mozambico, sono stati riportati almeno 1428 casi di persone infettate.