La Francia è uno dei Paesi europei in possesso della tecnologia per l’energia nucleare, utilizzata anche per gli scopi civili per la produzione di energia elettrica. Dopo la delibera del 1956, i primi impianti sono stati attivati verso la fine degli anni ’70, rendendo la Francia uno Stato che non solo soddisfa il proprio fabbisogno energetico ma riesce addirittura a ottenere un surplus da vendere all’estero. Uno degli acquirenti è l’Italia, cui mercato dell’energia dipende in modo molto marcato dalla produzione nucleare francese.

Quando furono sviluppati i primi impianti la vita media stimata dei reattori era di quarant’anni ed oggi gli stabilimenti francesi sono arrivati all’età critica indicata dai progettisti. Tuttavia, la Francia non sembra intenzionata a mettere fuori uso le proprie centrali, portando avanti test per valutare la possibilità che essi possano rimane in funzione per almeno altri 15 anni, fino al 2035. Entro quella data infatti nel piano di sviluppo del governo francese si dovrebbe arrivare ad una diminuzione del 30% della produzione di energia dall’uranio, in un lasso temporale che permetterà lo smantellamento delle centrali più vecchie.

I rischi della scarsa manutenzione

Quello che sta portando avanti la Francia altro non è che un programma di salvaguardia degli impianti che mira a estendere la durata di vita di ogni reattore, per continuare a pieno regime la produzione di energia elettrica. È così che le centrali nucleari non sono sostituite, bensì vengono rimpiazzati soltanto dei componenti, nella speranza che la struttura principale rimanga ancora solida.

Questo fatto è dovuto anche al fallimento dei nuovi progetti di centrale nucleare, come quella che è in costruzione a Flamanville. Nonostante sarebbe dovuta costare poco più di tre miliardi e divenire attiva nel 2012, il pro-iterarsi dei lavori sono costati al governo francese oltre dodici e senza la possibilità di essere attiva prima del 2023. Secondo Le Monde, la causa sarebbe da ricercarsi nella perdita delle conoscenze del settore, dovuto ad uno stand by costruttivo durato oltre vent’anni. Ciò ha costretto la Francia a continuare ad affidarsi alle più vetuste ma funzionanti centrali nucleari confidando nella loro durata, mettendo però in pericolo non solo l’ambiente ma anche la vita delle persone che lavorano o vivono nei paraggi degli stabilimenti.

Anche l’Italia è a rischio

Sebbene in Italia non ci siano centrali nucleari funzionanti dopo la chiusura dello stabilimento di Caorso, il rischio derivante dall’inquinamento nucleare è dietro alle nostre spalle, a poche decine di chilometri dalle Alpi piemontesi. È proprio nella provincia delle Alpi-Costa Azzurra che sono concentrate le centrali nucleari del sud della Francia, esponendo gli italiani a rischi in caso di fuoriuscita di materiale radioattivo. Su questa questione e sui rischi derivanti dalla scarsa manutenzione delle centrali l’Italia però non si è mai fatta sentire adeguatamente, anche in virtù della propria dipendenza energetica da Parigi. Non solo dunque compriamo l’energia elettrica dalla Francia, ma rischiamo anche di subire le conseguenze di un disastro ambientale qualora la mancanza di adeguata manutenzione e dei necessari ricambi provochino un disastro all’interno di uno dei reattori francesi. Dopo gli ultimi dati divenuti pubblici quest’anno riguardo gli standard di sicurezza degli impianti d’oltralpe, una netta presa di posizione è necessaria da parte del nostro Paese, onde evitare rischi alla salute degli italiani che, impotenti, non possono che rimanere ad osservare i reattori (sperando resistano ancora per quindici anni).