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La transizione energetica sarà una questione legata profondamente a investimenti strategici, nuove catene del valore, materie prime che diverranno sempre più critiche per costruire gli asset energetici di domani. E il collo di bottiglia principale per accelerare l’ingresso delle rinnovabili e delle fonti di energia pulite nel contesto globale può essere proprio connesso alle problematiche di reperimento di tali materiali. Potenzialmente in grado di scatenare una nuova corsa all’estrattivismo di massa che può creare problemi alla transizione energetica, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

Sono questi gli avvertimenti che l’Agenzia mondiale dell’energia (Iea) lancia in un corposo report, The Role of Critical Minerals in Clean Energy Transitions, in cui si sottolinea l’importanza delle filiere di approvvigionamento e della disponibilità concreta di una serie di materiali critici e strategici per la costruzione dei nuovi asset funzionali alla transizione: dalle auto elettriche alle pale eoliche e ai pannelli solari, passando per la complessa architettura di dispositivi tecnologici destinati a portare nel mondo delle rinnovabili le innovazioni di frontiera.

L’Iea sottolinea che la sicurezza energetica è uno scenario da considerare in forma sempre più complessa e articolata nel quadro del mutato contesto di riferimento, che per scelte politiche o necessità concrete porterà a considerare da un lato l’efficienza un driver fondamentale e dall’altro la riduzione delle emissioni di anidride carbonica come un obiettivo strategico. Il periodo tra il 2040 e il 2060 è convenzionalmente indicato dalle strategie di diversi Paesi come fascia temporale per la decarbonizzazione pressoché completa dei propri sistemi produttivi. E questa pressione aumenterà senz’altro la domanda di nuove e vecchie materie prime, porrà questioni fondamentali per la sicurezza geopolitica degli approvvigionamenti, la tutela dei prezzi da speculazioni e volatilità.

L’Iea stima che triplicheranno, da qui al 2040, sia la domanda per la produzione di elettricità da fonti solari (fino a oltre 300 milioni di GW all’anno) sia quella da fonti eoliche (fino a 150 milioni di GW), mentre la vendita annuale di auto elettriche potrebbe crescere di 25 volte fino a sfondare quota 70 milioni di unità.

La domanda di materiali strategici si amplia a una complessa gamma di prodotti: litio, cobalto, manganese, nickel, grafite, rame, cromo, silicio, oltre alle sempre più strategiche terre rare

La somma della domanda di questi asset è cresciuta del 50% dal 2010 ad oggi su scala mondiale e, rispetto a risorse tradizionali come petrolio e gas, è da notare il fato che buona parte della produzione di materiali di questo tipo è concentrata in precise aree geografiche.

La Cina, ad esempio, assomma la maggioranza assoluta della produzione di terre rare al mondo; l’instabile Repubblica democratica del Congo il 70% della produzione di cobalto; l’Australia produce metà del litio estratto sul pianeta, e assieme alle riserve di Cile e Cina la soglia complessiva supera l’80%; Cile e Perù producono da soli il 40% del rame, mentre Indonesia e Filippine sfiorano il 50% nel nickel. A queste dinamiche fanno seguito, dunque, ristrutturazioni potenziali della catena del valore del settore energetico che porteranno al declino di mercati tradizionali a favore di nuovi entranti e produttori attenti ai settori di frontiera, con conseguenti confronti geopolitici e dispute commerciali. Ma la sensazione è che le dinamiche di prezzo e la crescita della domanda possano mettere l’offerta sotto pressione.

Pensiamo alla recente crisi dei semiconduttori o alla carenza di gomma nel settore auto: le catene del valore globali sono sotto stress e esposte a logoramento. Immaginiamo cosa potrebbe provocare una moltiplicazione eccezionale, in tempi rapidi, della domanda in materiali strategici: Tag43, citando uno studio Nature, segnala che la risposta potrebbe essere una corsa massiccia alla ricerca di nuove fonti di approvvigionamento che potrebbe causare una pressione ambientale in termini di sfruttamento a fini economici di ecosistemi e santuari naturali. I fondali marini in tal senso potrebbero riservare sorprese: “Alcuni ricercatori giapponesi hanno scoperto un deposito di 1,2 milioni di tonnellate di terre rare a chilometri di profondità nel sud del Pacifico, arrivando a stimare che nell’area limitrofa alle coste potrebbero essercene 16 milioni. Un simile quantitativo soddisferebbe la domanda mondiale per altri 50 anni. E, proprio come il Giappone, anche l’Australia, gli Stati Uniti, il Brasile e il Sudafrica, che temono la dipendenza dalla Cina, hanno iniziato a cercare potenziali giacimenti di risorse minerali rare”.

Il mondo si appresta a sperimentare la sua quarta rivoluzione industriale, con le tecnologie del digitale, l’economia della conoscenza e le filiere delle energie rinnovabili che la faranno da padrone. Ma la corsa alla frontiera della transizione non è stata ancora regolata né sono stati definiti i potenziali, dirompenti effetti in materia di competizione geopolitica, pressione sugli ecosistemi e costi sistemici. Guillaume Pitron, giornalista francese esperto in materia, nel saggio La guerra dei metalli rari (Luiss), critica le tesi dei “guru” della transizione fine a sé stessa come Jeremy Rifkin e parla dell’incredibile peccato originale di cui risente la narrazione mediatico e politica riguardante la transizione energetica e digitale: questa infatti è stata pensata come indipendente dal suolo, quando in realtà i dati e le dinamiche in corso ci parlano di un’interdipendenza sempre più stretta. Talmente influente da poter aver effetti dirompenti sull’effettiva possibilità di realizzare la nuova rivoluzione economico-industriale globale.

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