Dal periodo della rivoluzione industriale in avanti, il rapporto di simbiosi che sino a quel momento l’uomo ha avuto con la natura è andato frantumandosi. L’accelerazione dell’industrializzazione, l’utilizzo dei combustibili fossili e dei suoi derivati, una mancanza di cura per l’ambiente circostante e il costante aumento della popolazione mondiale hanno dunque segnato una strada da molti già definita di non ritorno. E tutto ciò, a dir la verità, è avvenuto e sta avvenendo ancora adesso in modo più o meno diffuso in tutto il globo, nonostante gli allarmi lanciati dagli scienziati e nonostante gli accordi trovati dai governi mondiali.

L’Europa, anche a causa del suo inizio precoce, è forse il continente nel quale per eccellenza sono visibili i danni portati dall’industrializzazione, con i tentativi di recupero che sono iniziati soltanto da pochi anni (ed in modo alquanto timido). E tra tutti i Paesi, come riportato dalla rivista tedesca Der Spiegel, uno in particolare si è contraddistinto per l’enorme mole economica dei danni apportati al suo ambiente (la quale ammonterebbe ad oltre 670 miliardi di euro): la Germania.

La Germania ha 670 miliardi di problemi ambientali

Negli ultimi anni siamo stati abituati a vedere la Germania quasi come la perfezione all’interno del panorama europeo. Un bilancio statale sostenibile, industrie fiorenti conosciute in tutto il mondo e un sistema bancario/finanziario che si poteva definire il fiore all’occhiello d’Europa, al netto forse della sola Svizzera. Tutte certezze che, con la pandemia di coronavirus e con gli scandali che hanno colpito le banche e le finanziarie tedesche, sono andate gradualmente scemando.

Con il suo sistema di vigilanza finanziaria (la BaFin) che si è scoperta fare acqua da tutte le parti e con le proprie industrie atterrate dalla crisi della domanda (persino nel settore automobilistico), tutto ciò che rimane alla Germania, del suo grande sviluppo, sembrano dunque essere i danni ambientali. I quali, secondo le ultime analisi, ammonterebbero appunto a una cifra astronomica.

Allevamenti intensivi ed inquinamento. Forse il 2050 è troppo lontano

Nel corso della seconda metà dello scorso secolo, la Germania ha compiuto dei grandissimi balzi in avanti, considerando anche come ne uscì distrutta dalla Seconda guerra mondiale. E questo sviluppo, però, è costato molto in termini di impatto ambientale e modificazione dell’ambiente circostante, al punto da rendere la Germania forse il Paese nel quale l’intervento invasivo e distruttivo dell’uomo è stato più evidente. Allevamenti intensivi e edifici industriali non sono infatti che la punta dell’iceberg di una serie di problemi ben più radicati nel mondo tedesco, il quale ancora adesso soffre di una importante emissione di gas serra nell’ambiente nonostante le promesse di una diminuzione del loro utilizzo.

A seguito degli accordi presi a livello europeo, però, la situazione dovrebbe regredire, sino ad arrivare al prossimo 2050 al tanto sperato “impatto zero” con l’ambiente. Benché però la promessa sia importante e necessaria per la tutela della nostra vita in futuro, la sensazione è che con i ritmi attuali, anche qualora fossero gradualmente ridotti, l’asticella sia stata posta troppo lontana e che altri quasi 30 anni di impatto sull’ambiente possano generare una situazione davvero irreversibile.

Promesse e richieste al Mondo, ma in casa suona un’altra musica

Come spesso accaduto, dunque, la Germania si è rivelata essere una delle nazioni in prima linea nel portare avanti progetti utopici, solidali e ambientali a livello mondiale, dimenticandosi però di guardare a quello che succede all’interno dei propri confini. Una storia già sentita, che evidenzia ancora una volta quanto sia semplice chiedere agli altri e quanto sia difficile compiere davvero qualcosa di propositivo.

Il problema, però, è che riparare a 670 miliardi di euro di danni (attuali) all’ambiente in questo momento sembra davvero un obiettivo insormontabile. Se a questi si aggiungono poi quelli causati di riflesso (come l’aumento delle malattie e la distruzione di alcune faune selvatiche) la sensazione è proprio quella che ormai il punto di non ritorno sia già stato superato. E se la situazione vuole essere parzialmente recuperata, però, Berlino dovrebbe muoversi d’anticipo; cosa che, fino a questo momento, non è ancora però successa, lanciando la Germania in cima alla classifica dei Paesi Europei dal peggior impatto aggregato ambientale.

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