Scienziati in fuga dal catastrofismo gretino. È un dato di fatto che l’emergenza Covid-19 abbia un po’ rubato il palcoscenico alle estenuanti battaglie dell’attivista per il clima Greta Thunberg. La “Persona dell’anno 2019” per il Time, infatti, è un po’ passata in sordina: dopo aver conquistato le prime pagine dei giornali per mesi, grazie a una formidabile operazione di marketing-politico, la giovane attivista non riesce più ad avere l’enorme attenzione mediatica che aveva nell’era pre-Covid-19. Sarà che la popolazione mondiale ha altro a cui pensare in questo momento, fra pandemia, crisi economica e disordini sociali: o sarà forse il fatto che la retorica contro gli adulti di Greta e la sua comunicazione ossessiva comincia a suonare un po’ ripetitiva e stantia. Anche durante la giornata mondiale dell’ambiente – svoltasi lo scorso 5 giugno – che ha visto Friday’s For Future tornare nelle strade, Greta Thunberg non si è praticamente né vista né sentita, se non per un timido tweet di sostegno alle manifestazioni antirazziste di Black Lives Matter.

Il “mea culpa” di Michael Shellenberger

E ora che il fenomeno mediatico pare essere sulla via del tramonto, qualche scienziato che prima la sosteneva – evidentemente controvoglia – ora comincia a mettere in discussione il suo catastrofismo. È il caso, come riporta Libero, di Michael Shellenberger, eletto dal Time “Eroe dell’Ambiente” nel 2008, che si è scusato per l’eccessivo allarmismo. “Fino allo scorso anno – ha spiegato in una recente intervista – ho evitato di parlare contro l’allarmismo climatico perché mi sentivo in colpa per aver contribuito a fomentarlo, ma soprattutto perché avevo paura di perdere amici e finanziamenti. Le poche volte che ho provato a difendere la climatologia da coloro che la distorcono, ho subito dure conseguenze, quindi ho taciuto mentre i miei colleghi terrorizzavano l’umanità”.

Lo scienziato ha deciso di pubblicare un libro dal titolo eloquente, Non ci sarà l’Apocalisse, che ha l’obiettivo di spiegare perché l’allarmismo gretino fa male al dibattito e che i cambiamenti climatici non rappresentano la fine del mondo. È una decisione di grande coraggio e libertà, quella di Shellemberger, che ora rischia di finire sulla “blacklist” dei “negazionisti”. Eppure Shellenberger non è solo. Come spiegava qualche tempo fa Franco Prodi, fratello dell’ex premier Romano Prodi, nonché fisico e docente presso l’Università degli Studi di Ferrara, “nessuna ricerca scientifica stabilisce una relazione certa tra le attività dell’uomo e il riscaldamento globale. Perciò, dire che siamo noi i responsabili dei cambiamenti climatici è scientificamente infondato”. I dati che abbiamo a disposizione dicono che, spiegava Prodi, “dai primi anni dell’ottocento (quando sono state state impiantate le prime stazioni meteorologiche in diverse parti del mondo), la temperatura media globale è cresciuta ogni secolo di un decimo di grado. Questo è innegabile, nessuno lo contesta. Ciò che è in discussione, nella comunità scientifica, è la causa di questa crescita” afferma Franco Prodi. Ma il fatto di avere dei legittimi dubbi, che rappresentano il sale di un dibattito scientifico serio e posato, nell’epoca del climaticamente corretto, diventa immediatamente sinonimo di “negazionismo”. Ma la verità è che i climatici ci sono sempre stati, anche quando l’uomo non era ancora sulla Terra e l’inquinamento non esisteva. Piaccia o meno ai gretini.

Quella divisione del mondo in buoni e cattivi

A questi ultimi non piacerà affatto sentirselo dire, ma la retorica dell’attivista svedese rientra perfettamente fra i canoni stilistici del “populismo”. Come nota il politologo Alessandro Campi su Istituto di Politica, la causa perorata da Greta è certamente nobile e grandiosa: la salvaguardia del pianeta contro il rischio – dato come imminente – della sua distruzione causata dai cambiamenti climatici. Ma come definire, prosegue Campi, “se non come tipicamente populiste, le modalità attraverso le quali Greta e i suoi seguaci stanno conducendo la loro battaglia?” Come spiega il docente, nel fenomeno Greta Thunberg gli stilemi tipici del populismo, “sino a diventare qualcosa a metà tra una moda politico-mediatica che si fa forte della nostra cattiva coscienza e un movimento di massa che inclina verso il misticismo para-religioso, sono tutti facilmente riconoscibili. A partire dal più elementare e costitutivo d’ogni populismo: la divisione del mondo in buoni (i molti) e cattivi (i pochi). I primi sono gli abitanti del pianeta (il popolo inteso in questo caso come umanità), i secondo sono i capi di governo e gli esponenti dell’establishment finanziario e industriale mondiale”.


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