Sono tutti in parata, uno dopo l’altro, al Cop26 e non solo. I miliardari e gli esponenti delle grandi multinazionali finanziarie e del tech parlano un giorno dopo l’altro di sostenibilità, ambientalismo, transizione. Rimbottano i governi, si presuppongono filantropi e offrono contributi per “salvare il mondo”, a seconda che si tratti di promuovere lo sviluppo dell’Africa, combattere le esternalità negative come l’aumento dell’instabilità alimentare.

Miliardari rivoluzionari?

Da élite tra le élite parlano da icone rivoluzionarie. E i media e i politici pendono dalle loro labbra. Ma quella dei Paperoni globali in sfilata a Glasgow, pronti a parlare dell’emergenza ambientale e delle sue conseguenze, è una retorica che non nasconde componenti di ipocrisia.

I miliardari fattisi avanguardia della rivoluzione verde inseguono l’ideologia pop dominante del momento; vengono meno a qualsiasi discorso realistico sulla necessità di pragmatismo strategico e operativo in campo di transizione energetica per farsi versioni di Greta Thunberg più scaltre e invecchiate, senza nemmeno la stessa sincera carica emotiva della giovane attivista svedese; da inquinatori più importanti del mondo, parlano sostanzialmente dei problemi che hanno contribuito a causare atteggiandosi a loro risolutori.

Jeff Bezos, fondatore del colosso americano Amazon e uomo fra i più ricchi del mondo, nella giornata del 2 novembre ha promesso nell’ambito della conferenza Onu Cop26 di Glasgow una donazione da 2 miliardi di dollari per ridare vita a terreni “degradati” dal cambiamento climatico in Africa. Si fa patrono della sostenibilità a tutti i costi ma Oxfam, in uno studio prodotto insieme all’Institute for European Environmental Policy allo Stockholm Environment Institute, denuncia: con la sua nuova attività di super-lusso, i viaggi spaziali fa sì che ogni passeggero spaziale, per restare appena 11 minuti in orbita, contribuisca all’emissione di 75 tonnellate di anidride carbonica. Più di quanta ne emette in tutta la sua vita una persona scelta tra il miliardo di uomini e donne più povero del pianeta.

Una sostanziale ipocrisia

“Viviamo in un mondo in cui una ristrettissima élite sembra avere il permesso di inquinare senza limiti, alimentando condizioni ed eventi metereoogici sempre più estremi e imprevedibili”, ha dichiarato Nafkote Dabi, responsabile delle politiche climatiche di Oxfam. Oxfam nel suo studio riporta che l’1% più ricco della popolazione ha un impatto sull’ambiente trenta volte maggiore di quello che andrebbe mantenuto per rendere realistico un target di emissioni entro i limiti degli Accordi di Parigi, e per la Dabi “le emissioni del 10% più ricco, da sole, potrebbero spingerci verso un punto di non ritorno. E a pagarne il prezzo più alto, ancora una volta, saranno le persone più povere e vulnerabili del pianeta”, per i quali a parole si dichiara pronto a battersi Bezos. Che su questo punto di vista è un tutt’uno con il rivale per il titolo di uomo più ricco del mondo, Elon Musk. Imprenditore che difende l’idea della transizione incentrata sulle auto elettriche e che dopo l’ammissione di Bezos su Twitter ha scritto di essere disposto a mettere sul piatto sei miliardi di dollari per mettere fine alla fame del mondo.

Nonostante l’impegno finanziario minore in questa fase, né Bezos né Musk riescono però a toccare i picchi di attenzione politica toccati da Bill Gates, che al Cop26 ha dichiarato, sobriamente, di avere un “messaggio per il mondo” sulla necessità di investire sulle tecnologie verdi. Diventando partner dell’Eu Catalyst Partnership, programma da un miliardo di dollari in partnership con la Commissione europea per incoraggiare gli investimenti in tecnologie per il clima.

Gates, Bezos e Musk sono accomunati da un’idea chiara: la superiorità ineludibile del mercato sugli Stati e sulle società, la volontà mecenatistica utilizzata come strumento di consenso politico, la filantropia come strumento di sedazione di qualsiasi dibattito sul cambiamento strutturale degli interi contesti. “Oggi si sta vivendo una seconda età dell’oro della filantropia”, spiega Nicoletta Dentico nel saggio Ricchi e buoni?, “che nasce esattamente nel momento in cui è fallita la richiesta di globalizzazione dei diritti richiesta dai movimenti altermondialisti, dove attori arricchitisi grazie alla deregolamentazione dei mercati hanno iniziato a giocare un ruolo centrale nelle grandi sfide globali per i diritti, per l’ambiente, per la salute”. La filantropia serve sostanzialmente a cancellare ogni dibattito sul fatto che essa consiste in fin dei conti nel tentativo (legittimissimo dal punto di vista dei suoi autori) di quella che Oltremare definisce “una classe di tycoon, vincitori sulla scena della globalizzazione economica, che colgono l’occasione per dipingersi come salvatori globali.

Il capitalismo della filantropia

Si ripropone sull’ambiente il problema di fondo della “filantropia capitalista”, criticata in passato da Peter Buffett, figlio del noto investitore Warren Buffett, a lungo ai primi posti tra gli uomini più ricchi del mondo. Come ha scritto Peter Buffett in un’analisi realizzata per il New York Times scritto nel 2013, “la filantropia sta diventando un business enorme (con 9,4 milioni di occupati che distribuiscono 316 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti), ma le disuguaglianze globali continuano a crescere a spirale, fuori controllo e altre vite e comunità vengono distrutte dal sistema che crea immense quantità di ricchezza per i pochi”, dominato proprio da coloro che al termine del processo promuovono questa modesta redistribuzione.

Attraverso le donazioni milionarie, i “filantropi” assumono un peso politico sempre maggiore,  si aprono la strada a nuovi mercati, e si sostituiscono agli Stati, mettendo di fatto un sigillo a ogni prospettiva di evoluzione sistemica in forma complessa. In altre parole, come combattere lo smodato dominio della finanza sull’economia reale in un contesto in cui i suoi vincitori sono in prima fila a mostrare la molteplicità degli usi dei dividendi ottenuti? Come discutere di disuguaglianze, lotta alla povertà e progetti di lungo periodo se si dà il via libera alla prassi che alla programmazione preferisce gli atti unilaterali di un singolo Paperone? Come rimettere l’uomo al centro nella partita per lo sviluppo sostenibile, l’ambiente, la crescita se essa avviene nel quadro di una cornice nota da tempo?

A queste domande è difficile dare risposta. Ma se questo è a prescindere un problema, sul clima si arriva al parossismo. Alzi la mano chi ha mai visto una rivoluzione guidata dalle élite andare a buon fine. La “superclasse” vincitrice della crisi finanziaria, della pandemia, delle politiche della globalizzazione ora si fa guida moralizzatrice e piange lacrime verdi, in un’identificazione della prima causa del problema ambientale (l’iper-accumulazione capitalista) nella sua presunta soluzione. Un cambio di paradigma tale da rendere potenzialmente fallace qualsiasi discorso sulla possibilità di un reale processo di discontinuità sullo sviluppo sostenibile negli anni a venire.

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