Manca quasi un mese all’inizio della Cop29 di Baku, capitale dell’Azerbaijan, ma la sensazione è che di tutto, potenzialmente, si parlerà fuorché di clima nella conferenza annuale delle Nazioni Unite sul tema che dopo le tappe in Egitto (2022) e negli Emirati Arabi (2023) tocca quest’anno la repubblica ex sovietica.
Le Ong come Human Rights Watch denunciano la carcerazione di attivisti e oppositori al regime di Ilham Aliyev mentre all’ombra dell’Azerbaijan continuano le critiche per la condotta di Baku tra il 2020 e il 2023 nel conflitto del Nagorno-Karabakh. Le due aggressioni al territorio conteso con l’Armenia hanno prodotto l’occupazione di Baku del territorio e per molti osservatori rischiano di aprire la strada all’esodo dei civili di lingua e cultura armena da quello che a Erevan è chiamato Artsakh.
Infine, l’Azerbaijan si presenta alla guida del Cop29 come Paese estremamente dipendente dal gas naturale estratto nel Mar Caspio e dal mercato mondiale delle risorse fossili. Per EconomiaCircolare.com, tra i portali italiani di riferimento sull’economia della transizione energetica, da una Cop all’altra “l’Azerbaijan è stato uno dei pochi paesi ad aver indebolito i propri obiettivi climatici quando sono stati presentati alla fine del 2023″. E secondo molti critici intende usare per il “greenwashing” la presenza della Cop nel Paese.
Le criticità del Paese ospitante esistono e sono palesi. Ma ridurre alle questioni interne e globali dell’Azerbaijan tutti i limiti della Cop sarebbe riduttivo. La verità dei fatti è che la lotta al cambiamento climatico nelle sue varie forme indicata come sfida globale a cui dare soluzioni comuni e trasversali all’umanità riflette un’epoca di positiva fiducia nel multilateralismo e nel coordinamento tra nazioni che alla prova dei fatti si è sgretolata nell’ultimo trentennio. E lo ricorda bene EconomiaCircolare.com: “La diplomazia del clima, infatti, è materia complessa che tiene insieme esigenze nazionali e prospettive globali, ineguaglianze sociali e strategie politiche, questioni emergenziali e sistemiche”. E in tempi di crisi della globalizzazione il multilateralismo, di per sé, non va di moda ed emerge il braccio di ferro geopolitico tra Paesi per controllare le rotte della transizione energetica, vero oggetto del contendere in una partita che è industriale, tecnologica e commerciale e vede da un lato emergere con forza la Cina e dall’altro muoversi alla rincorsa i Paesi occidentali.
Alla critica – comprensibile – per le zone d’ombra che circondano il Paese non si può dunque, in quest’ottica, non aggiungere un’indubbia curiosità per le mosse che farà l’Azerbaijan, Paese che interpreta al meglio lo spirito del tempo di questa epoca di “globalizzazione-arcipelago”: Paese musulmano a maggioranza sciita e di etnia turca, rivale dell’Iran e alleato di Turchia e Israele, Paesi tra di loro in contrapposizione, è al contempo indiziato speciale per essere partner privilegiato nel campo dell’energia per l’Unione Europea intenta a disaccoppiarsi dal gas russo ma al contempo intende entrare nei Brics guidati proprio da Mosca e dalla Cina. Titolare di una diplomazia “multivettoriale”, l’Azerbaijan gioca su molti tavoli e anche quello del Cop29, piaccia o meno, è uno di questi, in quanto Baku porterà la voce dei Paese produttori di idrocarburi e ricchi delle finanze necessarie per animare la transizione a discussioni che saranno di per sé animate e complesse. E in cui si parlerà più di industria e energia, di finanza e di geopolitica, che di clima. Questo è il mondo della de-globalizzazione, bellezza. E l’Azerbaijan, con le sue mille contraddizioni, è forse il Paese che meglio ne incarna le dinamiche.

