Il crollo storico della Grande Barriera Corallina: -30% di corallo duro nel Sud, -25% nel Nord nel 2025
Il 2025 è stato l’anno in cui la Grande Barriera Corallina ha registrato il peggior calo di copertura di corallo duro dall’inizio dei rilevamenti sistematici condotti dall’Australian Institute of Marine Science nel 1985. In dodici mesi la regione meridionale ha perso il 30% della copertura di corallo duro, quella settentrionale il 25% e la zona centrale il 14%, segnando una brusca inversione rispetto alle tendenze di crescita osservate negli ultimi anni.
Si tratta di un declino che gli scienziati attribuiscono direttamente al quinto episodio di sbiancamento di massa avvenuto in soli nove anni, un evento che nell’estate australe 2024-2025 ha raggiunto un’intensità e un’estensione senza precedenti.
Lo sbiancamento, fenomeno provocato dall’aumento anomalo della temperatura dell’acqua, obbliga i coralli a espellere le zooxantelle, le microalghe da cui dipendono per la fotosintesi e il nutrimento, lasciando i tessuti privi di colore e rendendoli più vulnerabili alla morte se lo stress termico persiste. Nell’ultima estate le temperature marine superficiali hanno superato più volte i massimi storici, colpendo in modo grave anche il settore meridionale della barriera, tradizionalmente più riparato grazie a correnti più fresche.
Secondo gli scienziati, l’estensione dello sbiancamento osservato nel 2024-2025 ha interessato quasi l’intera lunghezza del sistema corallino, con danni visibili anche nelle aree finora considerate relativamente resilienti.
Cicloni, acque calde e predatori: i fattori che hanno accelerato il declino record
L’analisi degli eventi che hanno contribuito al collasso del 2025 evidenzia come il cambiamento climatico agisca in sinergia con fattori locali amplificando gli impatti sulla Grande Barriera Corallina. I cicloni tropicali hanno causato danni fisici immediati alle strutture coralline, spezzando le colonie e disperdendo detriti che soffocano i polipi sopravvissuti.
Le inondazioni, spesso conseguenza di piogge estreme, hanno aumentato il deflusso di sedimenti e nutrienti provenienti dalle zone costiere e agricole, creando condizioni favorevoli alla proliferazione della stella marina corona di spine, un predatore efficiente e vorace del corallo vivo.
Questa specie, già presente nell’ecosistema, diventa una minaccia devastante quando le sue popolazioni esplodono: un singolo esemplare può consumare fino a 10 metri quadrati di corallo in un anno. Nel 2025 le operazioni di contenimento condotte attraverso iniezioni letali hanno rimosso oltre 50.000 individui, un intervento che ha limitato i danni in alcune zone ma non è stato sufficiente a fermare la diffusione del predatore in tutto il sistema.
La struttura della barriera, dominata da coralli del genere Acropora, particolarmente sensibili sia allo stress termico sia alla predazione, amplifica la vulnerabilità complessiva. Queste specie, pur crescendo rapidamente, richiedono anni per ricostruire le colonie danneggiate e non riescono a recuperare se eventi distruttivi si ripetono a distanza di pochi anni.
Una copertura ancora elevata ma in rapido collasso: la resilienza che si assottiglia
Nonostante il drastico calo registrato nel 2025, la Grande Barriera Corallina conserva ancora una copertura media di corallo duro relativamente alta se confrontata con molte altre barriere del pianeta. Nonostante ciò, questo dato rischia di essere fuorviante se isolato dal contesto: la serie storica dei monitoraggi mostra oscillazioni sempre più accentuate, con picchi di copertura che raggiungono valori record seguiti, in pochi anni, da crolli di portata eccezionale.
La riduzione del tempo necessario al recupero è uno degli elementi più preoccupanti: in passato le barriere potevano impiegare oltre un decennio per rigenerarsi dopo un evento distruttivo, mentre oggi gli intervalli si sono ridotti a due o tre anni, troppo pochi per consentire una ricostruzione naturale completa. Questo schema non riguarda solo l’Australia: secondo la NOAA, nel periodo 2024-2025 circa l’80% delle barriere coralline mondiali ha subito condizioni di stress termico tali da causare sbiancamento, con episodi documentati in almeno 82 Paesi e territori.
La perdita di corallo vivo comporta conseguenze dirette anche per la biodiversità associata: in assenza di un recupero stabile, le comunità biologiche cambiano composizione, favorendo organismi opportunisti come le alghe che possono ostacolare ulteriormente la crescita dei coralli.
A rendere ancora più critica la situazione è il fatto che le fasi di apparente ripresa osservate negli ultimi anni non equivalgono a un reale ritorno alle condizioni originarie: spesso i coralli che ricolonizzano le zone danneggiate sono infatti specie a bassa resistenza agli stress ambientali, il che li rende vulnerabili a nuovi episodi di sbiancamento o a tempeste.
La Grande Barriera Corallina come indicatore dello stato di salute degli oceani
La crisi che attraversa la Grande Barriera Corallina va oltre i confini australiani e rappresenta un segnale di allarme per gli ecosistemi marini di tutto il pianeta. Questo sistema è infatti considerato uno dei più importanti indicatori al mondo per comprendere la risposta dei coralli al cambiamento climatico.
Gli interventi locali possono contribuire a rallentare il deterioramento, ma da soli non sono in grado di invertire la tendenza; senza una rapida riduzione delle emissioni di gas serra, le proiezioni climatiche indicano che la frequenza e l’intensità degli episodi di sbiancamento di massa continueranno ad aumentare, superando in modo sistematico la capacità di recupero naturale dei coralli.
In questo scenario, ogni nuovo evento rischia di causare danni non solo gravi, ma irreversibili, riducendo drasticamente le possibilità di rigenerazione delle popolazioni coralline tra un episodio e l’altro. La Grande Barriera Corallina ospita un patrimonio biologico unico e sostiene attività economiche fondamentali per le comunità costiere. La sua progressiva degradazione avrebbe quindi effetti diretti anche sull’economia locale e sulla sicurezza alimentare delle popolazioni che dipendono da queste risorse.
Il declino di un ecosistema così vasto e monitorato diventa dunque un termometro dello stato di salute degli oceani e una misura concreta dell’urgenza di affrontare la crisi climatica con strategie coordinate a livello globale, che comprendano riduzione delle emissioni, adattamento ecologico e una gestione sostenibile delle risorse marine.

