La transizione ecologica e l’inserimento di tecnologie e metodi di produzione più sostenibili nel tessuto produttivo delle maggiori economie del pianeta sono destinati ad essere una sfida primaria nel prossimo decennio. L’ambiente ha bisogno di scelte “sostenibili” in ogni senso, ovvero di risposte basate su buone politiche pubbliche, investimenti mirati, piani strategici. Regno Unito e Francia sono pronte a varare manovre di lungo termine ambiziosi, ma con i piedi per terra. Capaci di unire gli obiettivi di sostenibilità e di tutela dell’ambiente (riduzione delle emissioni in primis) alla tutela della necessità di garantire occupazione e continuità produttiva ai Paesi. Il gradualismo come alternativa ad irrealizzabili rivoluzioni, insomma.

I dieci punti di Boris Johnson

Con un editoriale pubblicato sul Financial Times il premier britannico Boris Johnson ha indicato quelli che ritiene essere le dieci priorità per una svolta ecologica sostenibile e per rafforzare le capacità del Regno Unito di competere nei nuovi settori che la transizione energetica e le sue conseguenze apriranno nell’economia globale

Il tema dell’ambiente e della sostenibilità sono stati cari a BoJo sin dai tempi in cui ricopriva l’incarico di sindaco di Londra, durante i quali si fece promotore della costruzione di un ampio numero di piste ciclabili, dell’acquisto di bus ibridi o elettrici e di un aumento delle tariffe per la circolazione automobilistica nel centro della capitale. Ora, dalle colonne del quotidiano della City Johnson ha promesso ben 12 miliardi di sterline (quasi 13,5 miliardi di euro) in investimenti “sostenibili”: Johnson prevede in primo luogo di trasformare il Regno Unito in una vera e propria “Arabia Saudita dell’energia eolica” entro il 2030, di mobilitare mezzo miliardo di sterline in investimenti per l’idrogeno verde, di riformare il programma nucleare basandolo su centrali più piccole e gestibili, di rilanciare la produzione di batterie e auto elettriche nel Paese puntando alla possibilità di mettere al bando entro fine decennio le auto a benzina o diesel.

Spazio anche alle politiche per il rimboschimento, per l’obiettivo di costruire aerei a impatto zero e infrastrutture per la mobilità sostenibile, oltre che alla promessa di un miliardo di investimenti nella ricerca di nuove tecnologie.

Londra cerca spazio per competere come potenza in settori di frontiera conscia che il potenziale industriale del Paese non può più rivolgersi ai campi tradizionali, come l’automotive o la meccanica. Johnson sul Ft cita le regioni dell’Inghilterra profonda de-industrializzata che un anno fa ne hanno trainato la vittoria elettorale, promettendo di elevarle a nuovi centri dell’economia verde. Gli eroi di Ken Loach, le tute blu operaie dell’ex “Muro Rosso” laburista fautrici della Brexit e del trionfo elettorale conservatore del 2019 attendono nuove certezze e nuove prospettive economiche dopo anni di crisi aggravati dalla pandemia. La transizione ecologica non è la panacea, ma è sicuramente un settore dove le prospettive, per il governo Johnson, sono maggiori che altrove.

“France Relance” e la transizione

Emmanuel Macron, in questo contesto, non è da meno. La transizione energetica appare come un tema trasversale del piano da 100 miliardi di euro “France Relance” con cui il governo di Parigi intende dare profondità alle sue strategie di lungo periodo.

Parigi e il suo apparato di “capitalismo politico” sono abituati a pensare strategicamente. E così la transizione energetica, nell’ottica della strategia del governo di Emmanuel Macron, è funzionale sia alla crescita delle prospettive economiche, industriali e produttive del Paese che a garantire autonomia strategica alla Francia nel quadro del contesto internazionale, nel settore energetico ma non solo.

Macron, in una recente intervista a Le Grand Continent, ha fatto mea culpa per aver seguito a lungo l’ambientalismo “salottiero” delle imposte sul diesel e delle misure destinate a colpire, in primo luogo, la classe media che hanno alienato le simpatie di parte della popolazione per il tema della transizione. “Dobbiamo dimostrare che tutti sono attori, e dobbiamo farlo dando a tutti un ruolo, cioè sviluppando massicciamente nuovi settori di attività economica, che permettono di creare nuovi posti di lavoro più velocemente di quanto quelli vecchi non vengano distrutti”, ha sottolineato il Presidente. “France Relance” va in questa direzione.

Come si legge su “Rivista Energia”, su 100 miliardi di euro il piano “ne dedica 34 a misure relative alla competitività dell’economia – oltre ai 30 miliardi di misure specificamente orientate alla transizione energetica, e che includono forti dimensioni innovative, come la decarbonizzazione dell’industria o lo sviluppo di tecnologie verdi”. Quasi 3 miliardi e mezzo di euro sono destinati, nel quadro del Programme d’Investissements d’Avenir (PIA), a sviluppare progetti sostenibili in ambito di settori come la cattura del carbonio, la mobilità sostenibile, l’economia circolare.

Inoltre, Parigi si ripropone di mobilitare investimenti e posti di lavoro nell’idrogeno, mira a rinforzare i settori nazionali dell’aeronautica e del trasporto favorendo l’adozione di mezzi meno inquinanti, mobilitare 6,7 miliardi nella ristrutturazione termica degli edifici e delle abitazioni private, responsabili del 40% delle emissioni di gas serra in Francia e, questione tutt’altro che secondaria, dare nuovo slancio al nucleare, valorizzato come una delle tecnologie con cui combattere l’inquinamento favorendo investimenti e accelerazioni verso forme di reattore meno inquinanti e più sicure.

Londra e Parigi sono pronte a cogliere al balzo la sfida della transizione energetica nell’ottica del proprio interesse nazionale economico. Non ci sono alternative: castrare i propri settori strategici in nome della retorica ambientalistica è altrettanto dannoso di negare pienamente il fatto che la transizione sia una delle sfide del secolo e vada governata di conseguenza.