Il Giappone riverserà in mare aperto oltre 1.3 milioni di tonnellate di acqua radioattiva stoccata a Fukushima. La decisione, attesissima dalla comunità internazionale, è stata annunciata dal governo giapponese guidato da Yoshihide Suga al termine di un incontro tra ministeri e agenzie coinvolte nella vicenda. “Non abbiamo altra scelta se non affrontare la questione dell’acqua di scarico. Dobbiamo procedere con il decommissionamento dei reattori nucleari“, ha spiegato il primo ministro giapponese, assicurando che sarà fatto il possibile per garantire la sicurezza dell’operazione e limitare i danni reputazionali, soprattutto per l’industria della pesca locale.

L’operazione durerà tre decenni e prenderà il via tra due anni, durante i quali l’operatore della centrale di Fukushima, Tokyo Electric Power Holding Co. (Tepco), sarà incoraggiato a filtrare le acque per eliminare gli isotopi nocivi e costruire le infrastrutture necessarie. Da quando, nel marzo 2011, un terremoto e uno tsunami hanno danneggiato l’impianto nucleare di Fukushima Daiichi, le autorità hanno fatto di tutto per disattivare i reattori colpiti dalle calamità naturali e arginare il meltwodn, ovvero la fusione del “nocciolo”. Il raffreddamento è avvenuto mediante il pompaggio dell’acqua sui tre reattori. Acqua che, una volta entrata in contatto con il combustibile atomico fuso, veniva contaminata dalle radiazioni e conservata in apposite cisterne.

Il nodo dell’acqua radioattiva

Nell’arco di dieci anni, l’acqua contaminata ha riempito più di mille cisterne. Il problema è che – sostiene l’operatore, contraddetto da funzionari locali e alcuni esperti – non c’è più lo spazio fisico per conservare altra acqua, e dunque si è resto necessario trovare un modo per smaltire quella fin qui accumulata. Arriviamo subito al secondo problema: anche se l’acqua contaminata è stata via via filtrata grazie a un complesso sistema di trattamento dei liquidi, il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno, non può essere eliminato. Di conseguenza, l’acqua stoccata, la stessa che verrà smaltita in mare aperto, è contaminata. L’alternativa allo studio del governo consisteva nel far evaporare l’acqua radioattiva, ma l’ipotesi è stata accantonata.

A detta dei tecnici, se l’operazione di riversamento in mare dell’acqua radioattiva sarà effettuata rispettando tutte le precauzioni, la massa di liquido contaminato dovrebbe teoricamente seguire le correnti marittime e portare le radiazioni lontano, provocando un impatto ambientale minimo. Anche perché, ha provato a spiegare Tokyo, acqua carica di trizio viene rilasciata “di routine” in mare dalle centrali nucleari dislocate in tutto il mondo. Non è dello stesso avviso Greenpeace, secondo cui servirebbero almeno 17 anni di attesa prima di diffondere il trizio nelle profondità marine. In caso contrario, potrebbero esserci guai seri sia per i pescatori giapponesi che per il mondo intero.

La comunità internazionale si spacca

La decisione del Giappone, che ha già spinto sul piede di guerra l’industria nazionale della pesca, numerosi cittadini e associazioni ambientaliste, ha spaccato pure la comunità internazionale. La Commissione sull’energia nucleare, contrariamente da quanto espresso dal governo nipponico, sostiene che si debba “rigorosamente evitare di riversare il trizio nell’ambiente perché resta materiale radioattivo”.

Cina e Corea del Sud si sono scagliate contro Tokyo, mentre gli Stati Uniti hanno espresso il loro sostegno. Seul ha convocato un vertice di emergenza durante il quale Koo Yoon Cheol, dell’Ufficio per il coordinamento delle politiche governative, ha espresso “forte rincrescimento” per la scelta giapponese. Pechino, dopo aver esortato Tokyo a gestire la vicenda in “maniera responsabile”, è andata su tutte le furie parlando di decisione “grave”, visto che “gli oceani sono proprietà condivisa dell’umanità” e il modo in cui vengono gestite le acque reflue della centrale nucleare di Fukushima “non è solo una questione interna al Giappone”. Washington, al contrario, afferma di essere al corrente della scarsità di opzioni a disposizione di Tokyo, il quale ha assunto”una decisione trasparente”, e “sembra aver adottato un approccio in accordo con gli standard di sicurezza globali sul nucleare”.

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