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Aiuti di Stato mascherati da fondi green per la riconversione delle centrali a carbone. La Germania si fa bella indossando l’abito dell’ambientalismo, ma allo stesso tempo beffa Bruxelles versando una valanga di miliardi di euro a soggetti privati per chiudere gli impianti più inquinanti.

L’Unione Europea, solitamente molto attenta a sottolineare alterazioni del genere, come di recente accaduto con l’Italia per il caso dell’ex Ilva di Taranto, questa volta non ha niente da dire.

Come sottolinea il quotidiano La Verità, il governo tedesco e i Lander si sono accordati per varare un piano per eliminare progressivamente le centrali elettriche a carbone presenti nel Paese da qui al 2038. Al fine di fare piazza pulita, Berlino ha stanziato quasi 40 miliardi di euro in risarcimenti da distribuire ad aziende e soggetti pubblici.

L’annuncio arriva direttamente dal ministro dell’Economia, Peter Altmaier. Il progetto dovrà essere approvato in Parlamento e prevede un percorso scandito a tappe. Innanzitutto le centrali energetiche a carbone più vecchie, nonché le più inquinanti, dovranno essere chiuse nel corso di quest’anno; lo stop completo, invece, arriverà nel 2038.

Certo, sarebbe meglio usare il condizionale ma visto come tira l’aria in Europa, tra Green Deal e “gretinismo” vario, l’approvazione del piano è pressoché scontata.

Il piano della Germania

Alcuni Lander hanno storto la testa di fronte al piano presentato dal governo. Il motivo è semplice: le regioni che ospitano il maggior numero di centrali temono che la svolta ambientalista della Germania possa danneggiarle irrimediabilmente.

Tuttavia, di fronte ai risarcimenti promessi da Berlino, le proteste si sono subito attenuate. I quattro Lander che si spartiranno il ricco bottino sono Brandeburgo, Nord-Reno Vestfalia, Sassonia e Sassonia-Anhalt.

Il ministro dell’ambiente tedesco, Svenja Schulze, ha rimarcato la difficoltà nel trovare l’intesa: “Sono stati negoziati difficili ma adesso siamo il primo Paese ad avere un accordo vincolante per uscire dal carbone e dal nucleare. Abbiamo dato un segnale importante a livello internazionale”.

La Germania gongola, e insieme a lei sorridono paradossalmente le aziende colpite dal provvedimento di chiusura. Una parte dei fondi sarà destinata a nuovi progetti infrastrutturali, i quali saranno realizzati nelle aree dipendenti da carbone. Una parte – secondo Reuters circa 4 miliardi di euro – finirà invece nelle casse delle imprese chiuse sotto forma di risarcimento.

Le imprese tedesche e l’ex Ilva di Taranto

È possibile citare alcuni esempi eclatanti. La compagnia Rwe è pronta a intascare 2,6 miliardi di euro per togliere di mezzo due centrali a carbone, mentre Mibrag, 1,7 miliardi di euro.

Non è finita qui, perché a partire dal 2023 le imprese “ad alta intensità energetica” di caratura internazionale possono ricevere sussidi statali annuali “per compensare i costi” dovuti alla fine “dell’utilizzo del carbone”.

Appare quanto mai doveroso fare un parallelo con la situazione italiana dell’ex Ilva di Taranto. Quando infatti è trapelata l’ipotesi di possibili contributi statali impiegati nella riconversione dell’azienda, l’Unione Europea è subito scesa in campo. Questa volta non lo ha fatto. Per quale motivo?

Nel frattempo Paolo Gentiloni, commissario Ue all’economia, ha provato così a uscire dall’impasse: “Rivedremo e possibilmente correggeremo, la normativa europea sugli aiuti di Stato in linea con gli obiettivi politici del Green deal”





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