Il Cop26, la conferenza mondiale sul clima che si è aperta a Glasgow domenica 31 ottobre e che entrerà nel vivo dopo la fine del G20 romano, è da tempo oggetto d’attenzione delle principali potenze e, fino al 12 novembre, vedrà i leader del pianeta, i principali esponenti del mondo economico e i rappresentanti delle maggiori istituzioni internazionali discutere del futuro della lotta ai cambiamenti climatici e della transizione energetica.

Sfide comuni per un mondo diviso

La crisi climatica, secondo esperti come lo storico dell’economia Adam Tooze, rischia di saldarsi con le conseguenze di lungo termine della pandemia nel creare la nuova emergenza planetaria, la quarta di questo secolo dopo l’escalation terroristica, la Grande Recessione e il Covid-19. I summit come la conferenza delle Nazioni Unite esplicitano che vale anche per l’ambiente e i problemi della transizione energetica quanto scriveva a inizio pandemia in un editoriale per Il Sole 24 Ore il presidente della Consob ed ex ministro Paolo Savona riguardo le principali problematiche sulla risposta al Covid-19: i modi per affrontare crisi di questa portata devono “essere decisi cooperando a livello globale”  ma la pandemia e la tempesta ambientale si stanno abbattendo sul pianeta in “un momento in cui le relazioni internazionali si trovano al minimo postbellico e post caduta del comunismo sovietico”. E se un’Apocalisse climatica è ben al di là da venire, certamente non è da escludere il fatto oggettivo che la sfida per la ricerca di un modello sostenibile di sviluppo, di impegni certi per il contrasto ai cambiamenti climatici e per la costruzione di un ambientalismo pragmatico e centrato sull’uomo è una necessità comune di tutti i Paesi.

In un certo senso, dunque, il peso geopolitico del Cop26 è superiore a quello del G20, perché impone discussioni a tutto campo, impegni concreti, dibattiti sui temi e non mere enunciazioni di massimi sistemi. Non a caso nel 2014 fu proprio un accordo in sede della conferenza globale sul clima a portare Stati Uniti e Cina a accordarsi sull’obiettivo di contenere a 1,5 gradi centigradi il riscaldamento globale attraverso i successivi Accordi di Parigi. A testimonianza del fatto che anche la battaglia per il clima e l’ambiente ha una sua geopolitica. E che – anzi – saranno proprio geopolitiche le principali questioni in campo nelle prossime settimane.

Asse occidentale alla prova

Del resto come riecheggiando le parole di Savona in un articolo sul duo G20-Cop26 Il Foglio sottolinea che “la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, a Glasgow  riguarda il clima ma riguarda anche l’efficacia del multilateralismo, la capacità di trovare accordi, di restare uniti, di studiare e applicare insieme soluzioni alle grandi crisi di questo momenti”. Messa a repentaglio dalle diverse ambizioni delle potenze.

La sfida ambientale è uno dei fronti su cui, ad esempio, gli Stati Uniti stanno provando ad arruolare l’Europa contro la Cina nella nuova fase di aperta rivalità. I “dazi verdi” proposti dall’Unione Europea a sostegno del piano Fit for 55, che vanno oltre gli Accordi di Parigi e i loro obiettivi di prospettiva colpendo le produzioni inquinanti in questo preciso periodo storico, sono stati apprezzati notevolmente a Washington.

Le misure hanno infatti un bersaglio implicito, la Cina, Paese che in base agli Accordi di Parigi beneficerà di una curva di rientro più lunga dal picco di emissioni di anidride carbonica, e che tuttora può essere un bersaglio attaccabile con l’arma politica della transizione energetica.

Dopo le giornate del G20 questa tendenza appare confermata, dato che l’accordo bilaterale tra Stati Uniti e Unione europea per la sospensione dei dazi su acciaio e alluminio tra i due maggiori poli economici del pianeta, a detta di Biden, “limiterà l’accesso ai nostri mercati di Paesi come la Cina, in cerca di ‘acciaio sporco’”. Annunciando i dettagli dell’intesa assieme alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, a margine della seconda giornata di lavori del vertice G20 di Roma Biden ha ricordato come quello dell’acciaio e dell’alluminio siano uno dei settori a più alta produzione di carbonio e si è scagliato contro i Paesi che danneggiano l’ambiente “barando” con pratiche di concorrenza sleale sui regolamenti ambientali. Aggiungendo che Stati Uniti e Unione Europea “sono uniti nell’affrontare i più importanti problemi dell’agenda attuale e cercano di lavorare sugli interessi condivisi” Biden ha sottolineato la valenza strategica della partita ambientale.

Ma del resto Washington deve assistere alla defezione sul fronte ambientale di un suo alleato chiave, l’Australia, che solo nelle ultime ore si è unita all’obiettivo dell’amministrazione Biden di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 ma, come riporta la Cnn, “si presenterà al Cop26 con il più debole piano ambientale delle potenze del G20”. Opinione rafforzata dal capo del Climate Council di Canberra, Simon Bradshaw, che ha rubricato a propaganda il piano del primo ministro Scott Morrison, ritenuto vicino all’industria del carbone. 

La sfida della Cina

Insomma, se una “Nato climatica” è possibile, l’Aukus e l’altra alleanza chiave per gli Usa nell’Indo-Pacifico, il Quad, difficilmente avranno un loro corrispettivo ambientale in tempi brevi. E del resto la Cina non intende essere sconfitta sul piano mediatico e per chiare ragioni di ricerca dell’efficienza economica e di sviluppo tecnologico sta fisiologicamente abbandonando il carbone, cercando di incunearsi nel quadro delle alleanze energetiche internazionali. La Cina investe profondamente sull’abbandono del carbone, con il numero di nuove centrali autorizzate dalle autorità locali che nel 2021 è crollato dell’80% secondo ricerche di Greenpeace, e promuove solare, eolico, nucleare con una capacità di investimento tale da creare tensioni sulle filiere analoghe dell’Occidente.

Ma del resto, in quanto prima economia manifatturiera del pianeta Pechino è la maggiormente sensibile tra le capitali del G20 alle conseguenze di breve termine dell’accelerazione della transizione: squilibri e asimmetrie nei costi degli approvvigionamenti, fragilità dei nuovi mercati, esternalità sociali e produttive della transizione. Capire in che misura coordinarsi e in che misura competere con l’Occidente su questo fronte sarebbe vitale per entrambe le parti, ma le grandi tematiche che la transizione apre (dalla sicurezza delle fonti energetiche alla tutela dei dispositivi e delle tecnologie abilitanti) rende difficile pensare a un accordo strategico di complemento ai patti di Parigi del 2015.

Il Vaticano promuove il confronto

L’attore diplomatico e politico maggiormente impegnatosi in queste settimane perché il Cop26 sia un successo è stato il Vaticano. Del resto  Papa Francesco e la diplomazia pontificia hanno ben in mente cosa significhi la crisi ambientale per il pianeta: essa penalizza con maggior forza le periferie globali, le aree del pianeta colpite dagli effetti economici e sociali del mutamento climatico senza aver le possibilità di porvi rimedio, gli ultimi. Rischia di creare nuove disuguaglianze se lo sviluppo delle nuove tecnologie per la transizione sarà squilibrato e genererà nuovi sconvolgimenti sul lavoro, il welfare, l’equilibrio delle maggiori economie del pianeta. Può, come visto, accendere i tizzoni dello scontro strategico tra le potenze. Ma può anche essere il banco di prova di un nuovo multilateralismo e, al contempo, la dimostrazione della veracità delle critiche della Chiesa cattolica alla natura autodistruttiva di un sistema economico ritenuto estremo nella sua volontà di subordinare il mondo intero al profitto.

Francesco, in quest’ottica, ha trovato nell’ambiente il gancio con cui ricongiungersi alla radicale critica dei suoi predecessori, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI passando per Paolo VI e Giovanni Paolo II, agli eccessi del capitalismo e all’auspicio di promuovere un modello di crescita centrato sull’uomo conseguendo al tempo stesso nuovi spazi di manovra per una distensione globale.

Del resto l’enciclica Fratelli tutti  firmata un anno fa ad Assisi da papa Francesco contiene questi importanti elementi di critica dell’ideologia economica dominante ed è un vero manifesto politico che giustifica l’impegno posto in essere dal pontefice di recente: a inizio ottobre Bergoglio ha riunito in Vaticano scienziati, esperti e leader religiosi per l’incontro “Fede e Scienza”, durante il quale è stato firmato un Appello congiunto in vista dell’evento di Glasgow. Il Pontefice, nel suo discorso introduttivo, ha lanciato un accorato appello ad adottare comportamenti e azioni modellate sulla “interdipendenza” e “corresponsabilità” per contrastare i “semi dei conflitti” che provocano ferite nell’ambiente e nella persona umana. In vista del Cop26, in un audio-videomessaggio trasmesso all’interno della rubrica radiofonica “Thought of Day” della Bbc il Papa ha ribadito l’appello al multilateralismo sottolineando che quella climatica é una crisi da cui “non si esce da soli”, e di fronte a cui non esistono “frontiere, barriere, mura politiche, entro le quali potersi nascondere”.

Da ultimo, è arrivato l’accorato appello a Joe Biden nel corso del bilaterale del 29 ottobre affinché il presidente Usa guidi l’Occidente alla distensione sul clima e Washington assuma la doverosa responsabilità di guida nel processo di transizione. Un impegno che rilancia il Vaticano come “impero morale” e grande potenza diplomatica, a testimonianza del valore della scommessa fatta dal Papa sul Cop26 per dimostrare la serietà dell’impegno per un mondo diverso, più sostenibile e centrato sull’uomo. Una presa di posizione che a cascata può condizioanre la geopolitica globale.

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